Giovanni Cena


Gli ammonitori






AL LETTORE


Questo libro non è che l'autobiografia d'un povero tipografo. Il manoscritto mi fu affidato da una signora, che lo trovò in una soffitta dei sobborghi di Torino: ella aveva conosciuto il giovane, che viveva isolato, e di cui non avrebbe mai potuto sospettare lo strano e disperato progetto. Da sue indagini risulta la probabilità ch'egli sia perito nell'ultima inondazione del Po, dove più d'un coraggioso rimase vittima del proprio eroismo.

Lo scritto, che ho tutt'intero copiato e talvolta interpretato, era sul rovescio d'un fascio di bozze. Evidentemente s'era molto indugiato su di esso, per abitudine professionale e per un istinto d'artista ch'egli possedeva senza dubbio. Fece egli le due copie di cui parla nella prima pagina? Forse sì, e può darsi che quel lavoro lo distraesse alfine dal suo folle proposito: o fors'anco egli portava indosso il suo memoriale, quando, mentre vagava disoccupato poco lungi dal villaggio natìo, gli si offerse un'opportunità d'azione più immediata, più imperiosa e più umana.

Egli era uno dei tipi caratteristici del nostro periodo, uno di quegli organismi di pura sensibilità e intelligenza, che il caso della nascita espone ad essere inesorabilmente schiacciati dal meccanismo ancora rudimentale della nostra società. La loro esistenza è un sintomo.

Perciò ho pubblicato questo scritto, in cui non intervenni che per mutar qualche nome e aggiungere un titolo che mi pareva chiaramente indicato dal contesto.






I.

Nacqui a Gàssino, nella valle del Po. Non ho conosciuto mia madre. Mio padre era fornaciaio: colle gambe nude nella fossa, tagliava la creta gialla, l'impastava, la metteva nella forma da mattoni: e s'allineavano innumerevoli i mattoni sull'aia levigata, parevano grandi pani, inzuccherati di sabbia fina.

Pane invece non ne guadagnava molto: ma i suoi ottanta centesimi giornalieri procuravano a lui e a me polenta il mezzogiorno e minestra la sera. L'inverno non si lavorava; quando i primi geli ci avevano coperte le mani di crepacci, cessavamo: ci riparavamo allora nella stalla d'un vicino che aveva bestiame, e quando non nevicava, andavamo a far legna nei boschi dei signori, raccogliendo soltanto il seccume e i ceppi putridi che vendevamo a un soldo il fascio:

stando tutto il giorno nei boschi e portando sulla schiena fino al villaggio due o tre fasci, guadagnavamo sette od otto soldi.

Perciò l'inverno si mangiava meno, quantunque avessi molta più fame: è vero che il pane di granoturco, pesante e giallo come i nostri mattoni, ci faceva credere d'aver sempre lo stomaco pieno.

A febbraio, sull'aia! E anch'io nella mota gialla fin sopra il ginocchio, col sole che dava la febbre: per ciò mio padre era giallo e io ho l'aria d'aver l'itterizia. Ma questo non monta.

Mio padre morì. Il sindaco ricorse per me a Torino e fui raccolto nella Pia Casa. Qui mi si insegnò qualche cosa: d'inverno al paese ero andato a scuola e sapevo il catechismo e la storia sacra: qui mi fecero ripetere la storia sacra e il catechismo e un po' di storia romana, Muzio Scevola e Bruto, più i diritti e doveri del cittadino italiano.

Più tardi mi posero come apprendista in una stamperia. Correvo tutto il giorno per città a portare commissioni e bozze e tornavo all'ospizio la sera. La domenica si passava gran parte in chiesa e solo il canto e l'organo me la facevano parere meno gravosa. Quando mi misero alla cassa di compositore, imparai rapidamente. Ebbi tosto un buon salario e potei uscire dalla Pia Casa.

Intanto frequentavo le scuole serali: studiai parecchio: imparai l'italiano e il francese e così, da me, nella mia soffitta abitavo in Borgo San Secondo e mangiavo alla Cucina popolare volli anche conoscere un po' la grammatica latina, senza di cui non si possono approfondire quelle lingue. Perché il mio scopo era di diventare correttore.

A dir il vero, sui diciott'anni mi domandai se non avessi delle attitudini a far parecchie altre cose, a cantare, a disegnare, a scrivere e perfino a far della filosofia... Mi ricordo vagamente d'una primavera in cui affermai a me stesso con un certo turbamento che la vita doveva essere assai bella: il cielo, la terra, le cose e le persone, tutto era pieno d'una grande simpatia per me!

Ciò durò poco. Sentendomi divenir malinconico, mi riposi a studiare. Non avevo alcuna preoccupazione che mi frastornasse seriamente: ottenni presto un posto di correttore alla Società Editrice Scientifica; dapprima fui impiegato in lavori di poco conto; indi, conosciutasi la mia buona volontà, mi si pose attorno a lavori di maggiore importanza, sopratutto a traduzioni di opere scientifiche.

La mia professione mi dava molte compiacenze. Ero a contatto con gente di scienza e talvolta cercavo mostrare a qualcuno, che comprendevo molto di più che non desse a presumere la mia condizione: più d'uno mi piantò gli occhi in faccia con stupore, quando gli indicai certe contraddizioni nel corso d'un lavoro o gli suggerii umilmente certe trasposizioni che avrebbero giovato all'ordine, all'equilibrio non soltanto tipografico, d'una trattazione.

Passarono, credo, cinque o sei anni. Nel gettar su carta questi ricordi non ho tempo d'indugiarmi: ricordare è dolce, anche i dolori, ma la vita incalza o piuttosto la morte...

Or son quattro anni, andai ad abitare in Borgo San Donato. A questo punto incomincia la mia vita: Perché prima non avevo vissuto, vale a dire non avevo sentito nulla dentro di me, non mi ero detto neanche un momento: "To', sei qui, Martino: c'è tanta gente al mondo: tu vali quanto qualcheduno...".

Abitavo nelle soffitte della casa n.** di via San Donato. C'erano 142 scalini che facevo ogni sera a due per volta, riducendoli così a metà. Allora non avevo il batticuore... Una sera, montavo allungando il braccio alla ringhiera di ferro, a testa china; rischiai di sfondare il ventre a uno che discendeva, il quale per l'urto sedette sugli scalini senza fiato. Ahi, lo stesso m'era accaduto qualche settimana prima con un giovinotto elegante che aveva alzato il bastone a percuotermi, ma aveva colpito soltanto la ringhiera, perché io era già in alto...

Chiesi perdono con una grande vergogna al povero diavolo che avevo dinanzi.

Vidi un sorriso di fanciullo in una faccia pallida e patita: l'aiutai ad alzarsi: era piccolo, di membra gracili, con un viso fine dominato da una fronte enorme. Egli riprese a discendere, dopo avermi guardato con due occhi acuti e dolci, indimenticabili.

Io non avevo mai badato di proposito agli inquilini delle soffitte. Uscivo la mattina, alle cinque d'estate, alle sei d'inverno, e non tornavo che la sera tardi, stanchissimo. Qualche bestemmia di ubbriaco, qualche urlo di donna percossa, qualche strillo di bimbo, le martellate di un calzolaio matto, chiamato Cimisin, mi destavano talvolta d'improvviso, ma non mi davano inquietudine. A poco a poco, senza volerlo, vidi chi fosse l'ubriacone e la donna percossa che stavano entrambi nella soffitta attigua alla mia, e parecchi degli squallidi abitanti di quel lunghissimo corridoio a ferro di cavallo, fiancheggiato d'una quarantina di cellette dall'uscio color caffè, quasi sempre chiuse lungo il giorno e piene la notte di agitazioni e di sonni più pesanti che la morte.

Il giorno dopo, era una domenica di ottobre, rimasi in casa fino a tardi, cosa che mi capitava ben di rado, perché quel bugigattolo non m'invitava a trattenermi fuorché per dormire, e, nato in campagna, amavo passarvi tutto il dì festivo, da vero vagabondo solitario... (Feci perfino una piccola collezione di piante e d'insetti, aiutandomi per la classificazione con le visite al museo zoologico). La ragione era in questo, che attendevo dal calzolaio matto le mie scarpe, e quegli non se la sbrigava. Bel tipo! Egli zufolava come un flauto e sapeva a memoria tutto il Barbiere, che eseguiva secondandolo colla battuta del martello o colle bracciate dello spago:

zufolava dei fu fu interminabili o vocalizzava agilissimamente lalla liro lirolla! Un merlo in una gabbia gareggiava con lui, ripetendo migliaia di volte la prima battuta dell'Inno di Garibaldi. Cimisin aveva inventato una macchina per volare e diceva che senza i framassoni essa sarebbe già adottata dall'esercito italiano.

Dopo averlo lasciato fischiettar Rossini parecchie ore, mi risolvetti ad affrontarlo nella sua tana. Aveva sempre l'uscio aperto, anche la notte, perché temeva che i fabbri glielo scassinassero, i fabbri erano altri suoi persecutori, come i framassoni soltanto teneva sempre dinanzi alla porta una tenda, per la decenza.

Stavo per gridare: "Si può?", quando al fondo del corridoio vedo uscir dall'ombra una figura di giovinetta, pallidissima, cogli occhi stravolti, come pazza. Io occupavo il passaggio: quando mi fu vicina si coprì la faccia, strisciò lungo il muro e prese a scendere rapidamente. Appena scomparsa lei, dalla stessa parte un uomo si slancia. Era il giovane che avevo urtato per le scale il giorno prima. Aveva la faccia come pesta e gli occhi smarriti.


-Mia sorella? singhiozzò rivolgendosi a me.


-E' scesa, diss'io subito.

Si precipitò anch'egli per la scala. Ed io dietro in ciabatte, chiedendogli con imbarazzo:


-Signore, scusi, signore!

Giunsi anch'io sulla strada. Ma la portinaia, che avea veduto scendere il giovane, lo afferrò per un braccio e lo spinse nella sua camera. Là la sorella, accosciata in terra, si torceva in singhiozzi convulsivi.

Egli diede un gran sospiro, strinse il braccio di lei per sollevarla: ma il corpo non consentiva: l'alzò con forza, con ira. Poi s'intenerì subito:


-Povera Lena! mormorò.

La sua voce era profonda e vibrante d'una dolcezza repressa. Ad un tratto strinse con ambo le mani la faccia di lei, figgendole gli occhi negli occhi, poi lasciò cader le braccia come esausto:


-Vieni sopra, Lena!

Ella chinò gli occhi e obbedì.

Scoprii un istante un volto bianco, delle labbra pallide, non segnato che da due grandi occhi dalle sopracciglia nere. Ricordai ad un tratto quelle sopracciglia, il cui disegno puro mi s'era certo impresso negli occhi sfiorando lei chissà quante volte distrattamente per le scale.

Che fare? Seguirli mi pareva sconveniente. Quando furono saliti, chiesi alla portinaia:


-Che avviene? Ne sapete qualcosa voi?


-Eh! non ne so niente... Ma lo dicevo io! I signori sono tutti uguali.

I signori? Non si riferiva certo ai miei compagni delle soffitte.


-Che c'entrano i signori? dissi.


-Mah! Misteri! Del resto lo sanno tutti. Non ha osservato mai un bel giovinotto nei corridoi? Era lui. E adesso chi l'ha visto l'ha visto. Tutti compagni... Buon giorno, signor Stanga!

E mi piantò in asso. Risalii. Appoggiato al davanzale della mia finestra, che dava nel cortile, ascoltavo. Trattavasi forse del giovinotto elegante da me urtato sulle scale giorni prima...? Le finestre di fronte eran tutte aperte, fuorché una; doveva esser quella... E un pianto lontano, pianto di bambino, non discernevo se di lei o del fratello, si mescolava ora al fischiettìo allegrissimo del mio calzolaio.


- La mia vita, il lavoro, le lezioni serali all'Università Popolare, mi ripresero. Ma rincasando tardi, mentre sedevo a sbrigare i miei còmpiti sotto la lampada a petrolio, davo più retta ora ai rumori della soffitta, alla vita notturna di quella specie di chiostro aereo ove nessuno conosceva o vedeva forse mai il vicino; esseri umani le cui sofferenze, le cui gioie di un attimo, i cui riposi pesanti, divisi soltanto da un sottil muro, gettavan nei corridoi rumori indistinti, vagiti, gemiti, ronfi, bestemmie. E allora sentivo qualcosa che entrava in me, qualcosa di tutti quegli esseri, con un senso quasi di molestia: pareva che la lor vita grave pesasse sulla mia: non mi sentivo più libero di esser solo: non ero più solo: coloro m'imponevano qualcosa ch'io non accettavo se non con riluttanza. Forse s'io non avessi mai sofferto, non avrei sentito questo: ora la sofferenza altrui ridestava quella mia antica, sopita nelle mie fibre di fanciullo: e il pensiero che altri ora dolorava com'io allora, mi dava l'illusione che degli altri me stesso, degli altri esseri come quel fanciullo giallo ch'io vedevo e vedo ancora, col ventre lacerato dalla fame e le gambe nella mota, raspassero eternamente nella terra infeconda, per coricarvisi alla fine.

Intanto io che prima lavoravo ai libri di poca importanza, passai a correggere opere di gran valore. Fu allora che lessi per mio ufficio volumi di cui non capivo gran fatto, ma ove, dopo cento pagine per me mute, certi periodi spandevano nella mia mente onde di splendore. Basti dire che corressi le opere tradotte di Darwin, di Haechel, di Schopenhauer, di William James, di Wundt, di Flammarion. Ogni sera dinanzi alla mia lampada rileggevo quelle pagine, di cui dal bozzista compiacente, con qualche pretesto, mi facevo tirare una bozza per me; e le pareti della mia soffitta si dilatavano, scomparivano: la mia lampada diventava un sole.

Talvolta il mio capo era talmente pieno di calore, percorso da fremiti e posseduto dalla febbre, che aprivo la finestra e mi pareva d'immergermi nelle stelle. Oh! gl'immensi mondi, nati ieri o già decrepiti, pieni di vita o bruciati, irradiati o spenti nelle tenebre!

E sovente la finestra di fronte era illuminata: talvolta s'apriva, e una mezza figura si curvava sul davanzale, la gran fronte del fratello di Lena.


- Una sera (era gennaio: son già quasi due anni!) mi avviavo all'Università Popolare, dopo cena: aveva nevicato tutto il giorno. In piazza Statuto lo spettacolo era stranissimo ed energico. Mucchi di neve venivano ammonticchiati qua e là da uomini neri, i cui volti erano illuminati fortemente da fumiganti torce a vento, piantate in cima a quelli: carretti si caricavano e trascinavano fino alle botole, ove il carico si sprofondava. Mi soffermai a contemplare un istante. Ad un tratto fui colpito da stupore.

Un mingherlino, avvolto in un pastrano assai leggero, con due occhi ardenti sotto un gran cappello a cencio, sollevava a stento le sue palate di neve che gettava sul cumulo: lui! il fratello di Lena.

Mi scorse e sorrise:


-Buona sera disse con la voce tenera e profonda.


-Anche lei qui? esclamai.


-Come vede! Bisogna lavorare!

Ma le sue mani erano gracili e livide, e le braccia facevano fatica a sollevar la pala.


-Non è lavoro per lei, credo!


-Quando non c'è altro!... Ieri ho guadagnato due lire. E la sua faccia magra pareva raggiasse di gioia.

Un assistente s'avvicinava. Mi incamminai.

Al mio ritorno egli era là ancora:


-Non viene a casa? E' quasi mezzanotte.


-Sì, a momenti.


-Allora, l'attendo.

Era trafelato, col cappello buttato indietro sulla nuca; e la sua gran fronte splendeva alla luce sanguigna delle torce. Intorno a lui il lavoro diveniva più lento, prossimo alla fine, monotono e triste: pareva una fatica interminabile d'una bolgia dantesca.

S'avvicinò l'assistente. Era mezzanotte Aveva un foglio in mano e chiamava ciascuno. Io stavo attento; ad un nome, Cràstino! egli si levò e s'avvicinò a colui.

Si chiamava Cràstino: il mio latino me ne diceva qualcosa: con un nome simile doveva essere un trovatello. Venne a me sfinito e contento:


-Tre lire oggi!


-Ma perché non cerca un'altra occupazione più adatta per lei? diss'io.

Dall'aspetto immagino che abbia studiato.


-Appunto! Perciò sono un buono a nulla. Questo è un lavoro che non richiede preparazione. Dovrei avere un buon mestiere, ecco.


-Non potrebbe trovar lavoro in qualche ufficio, come segretario, o in una tipografia, o che so io?


-Ho provato: non si trova nulla.

Io pensavo: avrei cercato io stesso, poi sarei stato ben contento di offrirgli un posto...


-E sua sorella? osai domandargli.

Egli sospirò profondamente, ma non rispose. Di lì a un momento riprese:


-Tre lire... Nevicherà di nuovo, non è vero? E guardò il cielo brillante di stelle.


-Non credo risposi. Domani è sole; d'altronde è domenica.


-E' vero. La domenica dev'esserci il sole, per chi lavora tutta la settimana.

Chi sa quando lavorerò di nuovo! Dovrebbe nevicare domani notte, no?


-Se le fa piacere! e risi anch'io.


-Ci son di quelli che guadagnano uno scudo: l'assistente ti squadra, ti pesa coll'occhio, e ti fa la tara. Io peso poco.

Eravamo giunti al nostro palazzo. Aprimmo: dallo scalone coperto di tappeto, intiepidito dal calorifero, alla scaletta nuda del nostro lubbione, i gradini erano sempre più alti: traversavamo così ogni sera tutte le zone della società: caldo, temperato, freddo: noi eravamo al polo.

In cima della scala io voltavo da una banda e lui dall'altra:


-Viene un momento da me? Sono solo.

E come io esitavo:


-Domani lei non lavora... Chiacchieriamo. Viene?

E mi prese per un braccio. Traversato il corridoio pieno come di ronzii indistinti, entrammo. Era la mia soffitta tal e quale: la medesima disposizione del letto, col capezzale verso la parete maggiore e i piedi verso lo spiovente, poiché la forma del tetto non ne comporta altra. Un angolo era nascosto da una tenda.

E' solo lei ora? gli domandai.


-Solo, sì.

E mi guardò in modo che pareva mostrasse una intensa pietà di me: e gli occhi gli si empierono di lacrime. Aggiunse:


-Lei non può dormire?


-Io dormo come un ghiro! Al mattino non mi leverei mai.


-Perché si mette alla finestra tardissimo?


-Oh un momento, per cacciare il puzzo del petrolio, dopo avere scritto o letto per ore intere.


-Ah, studia lei? Ha dei libri? E i suoi occhi s'illuminarono.


-Moltissimo. Ho una curiosa biblioteca. Sono correttore di bozze alla Società Editrice.


-Perdio! interruppe egli. Dunque lei può leggere Spencer, Nietzsche...


-Sicuro! Li posseggo quasi per intero, e molti altri.


-Li ha là, in quella soffitta? e s'appressò alla finestra come per penetrare laggiù con lo sguardo.

Ma il suo entusiasmo cedette subito S'abbandonò a sedere sul letto, che fece un crepitìo di foglie pigiate: appoggiò il gomito al cuscino e la testa sulla mano, poi riprese colla voce dolce e profonda:


-D'altronde, è inutile studiare. Io so già tutto. Ciascuno sa quello che gli è necessario.

La lucerna gli illuminava la fronte troppo ampia, sotto cui le orbite si approfondivano: gli zigomi prominenti e le mascelle forti contrastavano colla forma della bocca nettamente segnata sotto baffi neri e radi e le labbra avevano increspamenti infantili con una perenne piega dolorosa agli angoli.

La sua affermazione lo fece sorridere col suo sorriso melanconico. Soggiunse:


-E lei non sente che il necessario a sapersi è molto poco?


-Non saprei, caro signore risposi. Io ho studiato moltissimo e credo che non cesserò mai di studiare, finché non senta di saperne abbastanza, cioè fino a quando quel poco che conosco sarà unito e compatto. Oh, so bene! Ogni ramo di scienza richiede una vita intera. Io ero pazzo per l'entomologia: ebbene, l'ho piantata perché sentivo che sarei andato al camposanto senza conoscerla interamente.


-Se la sarebbe fatta insegnare dai vermi!


-No, perché mi farò cremare.

Egli si mise a ridere:


-Inutile, amico. Ci sono i microbî che ci fanno vivere e quelli che ci fanno morire. Questi ultimi la vinceranno... E ci sono altri microbî che spazzano anche le nostre spoglie per far posto ai nuovi arrivati.


-Questo l'ho letto anch'io. E dunque vero?


-Verissimo.


-Già: noi siamo colonie. Ogni gruppo di microrganismi ha l'ufficio di mantenere un organo. Una volontà regge tutta questa collettività. Ecco l'uomo!

Rimasi stupito della mia audacia: stupito e insieme felice, come se in quel momento io primo avessi scoperto d'un balzo quella verità.

Egli mi guardò sorridendo di compiacenza:


-Questo non c'entra... Saremo amici, non è vero? E tosto si oscurò. Mi afferrò la mano, poi la ritrasse subito e si stese sul letto:


-La vita è un male.


-No, la vita è un bene protestai incoraggiato e quasi petulante. Ero così poco avvezzo a parlare con persone colte di cui non avessi soggezione, che il trovar finalmente uno col quale parlare da pari a pari delle cose che erano divenute tutta la mia vita mi riempiva di entusiasmo e di un'audacia che non sapevo contenere.


-E' il solo bene la vita! affermai con forza. Tutto il resto non esiste che nella nostra immaginazione: l'abbiamo farneticato perché non sapevamo il valore della vita.


-E questo che esiste nella nostra immaginazione vale molto più che la realtà egli riprese. Io vedo un'altra vita e confido in essa... Guardi un po' fuori della finestra. Perché non si mette alla finestra come le altre sere?... Io sono troppo stanco!

Apersi: là dentro era freddo e senz'aria. La notte invece pareva quasi tepida.

I tetti bianchi: una distesa interminata di tetti, su cui i camini in fila parevano armenti immobili e candidi. Un augusto mistero splendeva in cielo ove le stelle limpidissime tremolavano.

Egli aveva gli occhi chiusi. Disse:


-Il cielo! Che bellezza! Quando spengo il lume, la finestra par che si apra sull'immenso!

Poi, dopo un po':


-Sa lei che io ho fatto un libro di poesie? Non ha mai letto il mio nome? Io mi chiamo Vigile Cràstino: pare uno pseudonimo. Infatti c'è chi nasce sotto uno pseudonimo... Chi sa qual anima di rivoluzionario mi dette questo nome, affatto fuor di proposito! Perché io non sono né del domani, né dell'oggi.

Sono fuor della vita... Sa lei che significa?


-Sì; so un po' di latino. Ma io l'ho sentito chiamar Luigi...


-Infatti Vigi era il mio nome da bimbo, e così mi chiama mia sorella.

Tacque un istante, poi ripigliò:


-Ma per me non c'è né oggi, né domani. C'è l'eternità, cioè un punto, e tutto è contemporaneo: il tempo e lo spazio non sono che apparenze: le variazioni, il numero, gli individui non sono che apparenze. La realtà è l'uno, l'Essere.


-Cosicché lei non vive, e neanch'io...


-Non esistiamo. Ombre... Così non abbiamo colpa e merito di quello che agitiamo nella nostra vita, come non l'abbiamo nel sonno. La vita è un sonno.

Ci sveglieremo. Allora io potrò anche abbracciare mia sorella e baciarla in fronte...


-E morta dunque? interruppi io pieno di stupore. E mi sorse nettamente negli occhi il volto dalle grandi sopracciglia e dalle labbra pallide. Ne sentii come un disagio al cuore.


-No. E' nel sonno come noi. Ma il suo sonno è un incubo. Ella soffre fisicamente e moralmente, dolore e onta. Mia sorella!...

Non poté proseguire, la voce divenne stridula, si spense. Indi riprese con un grande sforzo e con voce mutata:


-Mia sorella è una disgraziata!

Pareva che da un sogno di languore fosse piombato in una realtà disgustosa.

Io non seppi che soggiungere. Dopo un po' mi feci coraggio, ma non osai interrogarlo direttamente:


-Dunque pensa lei che non esiste la colpa o il merito. Esiste il perdono: no?


-No, no! Né colpa, né perdono. Quello che deve avvenire avverrà. Perché siam nati noi? Non sappiamo, io e mia sorella, chi ci ha messi al mondo. Un burlone ci chiamò Cràstino, come se ci affidasse una missione e forse una vendetta, di che? e noi siamo perfettamente all'oscuro. Che dobbiamo fare? Intanto mia sorella ha ripetuto quello che ha fatto probabilmente mia madre... Ella è ricoverata alla Maternità...


-Qui? chiesi io, volgendomi verso di lui e sentendomi afferrare da una gran commozione. Lei va a trovarla? Domani è festa. Andiamo a trovarla? Posso accompagnarla?

Mi stupii del mio ardire. Avevo quasi il senso di un'intrusione ch'io compiessi, ma mi ci sentivo spinto irresistibilmente.


-Da due settimane non me le feci più vedere... Non so perché. Ho una immensa pietà, ma sento in fondo una specie di rancore. Che obbligo aveva ella verso di me? Io sì, grandissimo, verso di lei. Ella guadagnava da vivere per entrambi. Io sono buono a nulla: non sono un uomo io. Non dovevo nascere:

perciò desidero morire!

Tuffò la faccia nel cuscino e io udii come se il suo petto si rompesse. Che fare? Forse il meglio era ch'io lo lasciassi piangere. E avevo un nodo in gola, e i miei occhi dilatati verso la notte si riempivano di lacrime.

Riprese dopo un momento:


-Non aveva confidenza in me. Sono sempre stato fuori della vita. Ero sempre astratto. Ella sentiva forse degl'impulsi prepotenti nel suo corpo robusto.

Che ne so io? Uno studente, un commesso, un seduttore di professione, un signore, dice la portinaia... doveva essere bello e ben vestito, che ne so io?

Io non l'ho mai veduto, non ho sospettato nulla. Forse chi sa quante volte ella fu in procinto di confidarsi: doveva pesarle il segreto... massime quando lui scomparve senza lasciarle una parola d'addio... Infine non ne poté più. Un giorno credette ch'io le osservassi i fianchi: m'era caduto lo sguardo lì: non sapevo nulla, io!... E ruppe a piangere e mi svelò tutto... Tutto? Cioè nulla.

Un giovane... Chi? Dove abita? Nulla. E non lo saprò mai... Ora avrà un figlio... di chi? Lo chiamerà Cràstino anche quello, e così di generazione in generazione, procrastinando...

Lo scherzo orribile mi riscosse. La tirannia delle parole! Gli si era imposta, ed egli aveva dovuto eruttarla per liberarsene. N'ebbi maggior pietà. Mi gli appressai: aveva sulla faccia una smorfia amara... Gli presi una mano e mi sedetti accanto:


-Sei mio amico, hai detto. Diamoci del tu: quassù non si fanno cerimonie. Io non credo che la vita è un sogno. Prima e dopo la vita non c'è nulla per noi, vale a dire per la nostra coscienza che è la nostra memoria e la nostra induzione dal passato al futuro, dico bene? Perciò dobbiamo vivere la vita.

Tua sorella ha tentato di vivere... Bene o male? (Perché abbiamo anche quelle parole lì. Ma quelle parole lì non hanno mica il significato che dà loro la portinaia, ad esempio). Io dico: bene. Bene, se ella pensa che ha amato, che fu amata forse un istante, che una nuova vita nasce da lei, affidata alla sua lealtà. Voi non avete che da ricevere questo dono che vi fa la vita, lealmente, ed essere poi leali con essa, con lui, col nuovo essere, quando acquisterà il diritto di sapere chi egli è, dico giusto?

Egli taceva: aveva gli occhi chiusi, pareva dormire, ma il suo respiro era troppo silenzioso: ascoltava.


-Vedi, continuai. C'è qui sopra un centinaio di sofferenti e tutti sono estranei l'uno all'altro. Sembrano estranei, e non sono. Io sento pesare su me le loro sofferenze: così essi devono sentir le mie, e nessuno cerca di togliersi di dosso questo malessere. Noi, per esempio, guardavamo le nostre finestre illuminate, ed ecco che un pensiero ci univa, questo solo pensiero:

"egli è là". E ci siamo avvicinati: ora la nostra mutua sofferenza non ci pesa più tanto, perché la conosciamo e la dividiamo.

Egli aperse gli occhi:


-E tu... soffri?


-Io no, ora. Ma ho sofferto moltissimo in una età in cui non ci dovrebbe essere sofferenza. Ora soffro soltanto del dolore degli altri, ed ho tale desiderio di sollevarlo, che ciò mi diventa un tormento, e non posso scuotermelo se non coll'azione. Cosicché vo pensando ad un'azione ch'io debbo fare, e non la trovo.


-Dovresti scrivere.


-Non sono capace. Le mie idee sono confuse. Potrei scrivere, per esempio, quello che ho detto a te adesso, ma questo serve soltanto per il tuo caso. Io, vedi, avrei bisogno di sistemarmi tutti questi pensieri, di farne un organismo saldo, e darlo agli uomini perché vedano chiaro...

Tacemmo un istante.


-No: sarebbe una cosa fredda. Gli uomini non vanno innanzi con la luce che apparisce alla ragione, ma col sentimento... Questo non conclude che io ti seguirei. Dovresti far delle conferenze. Ma io non ti credo.


-Conferenze? Ho paura... E poi, un correttore di bozze! E' vero che adesso anche gli operai fanno delle conferenze... Socrate diceva: "So di non sapere".

Ora io non posso dir questo, ma non posso neanche dire: "So di sapere". Ho udito dei professori di Università i quali non dicevano una sola cosa ch'io non sapessi già, ma la dicevano in modo, come se sapessero molto di più, anzi, come non esistessero più misteri per essi. Io non sono neanche sicuro di quello che so... O meglio, finche non l'ho tirato fuori, non ne sono sicuro.

Ma quando l'ho affermato, allora ne sono certo. Per esempio, io credo fermamente a tutto quello che t'ho detto questa notte.

Chiacchierammo così ancora per un po' di tempo, e io venni in tal modo a raccontargli la mia povera storia e lui la sua. Poi andai a dormire, dopo averlo fatto coricare, e copertolo ben bene. Entrato in letto, mi sentivo contento, e mi pareva anche di essere diventato qualche cosa, o almeno di aver riconosciuto una forza dentro di me che stava nascosta prima.


II.

Al mattino mi svegliai tardissimo sotto l'impressione d'un sogno affatto fuor di proposito, ma, secondo me, molto bello, sì che potrebbe fornire un ottimo argomento per un dramma. Io non sono capace di concretar nulla, sebbene mi senta nato superiore a tanti altri. Ma è certo che se io fossi stato in condizioni di svolgermi secondo la mia forza interiore armonicamente, e intorno tutto non mi avesse compresso, come un germoglio tra i sassi e gli sterpi... Via! Purché arrivi il tempo in cui tutti i nati dell'uomo siano eguali di fronte alla vita, affinché diventino quello che devono, di per sé stessi. Adesso intanto si nasce malamente: le nostre madri ci foggiano come possono, da povere affamate e sfinite che sono... Le nostre madri! Mia madre!... Basta. Ecco il sogno:

Dunque, piazza Statuto, e la stessa scena della sera innanzi. Le piante coperte di neve, la piramide del Fréjus coll'angelo sospeso nel cielo.

Cràstino è là, in mezzo al brulichio dei piccoli uomini incappucciati che le torce a vento arrossano di scorcio, e la neve è tutta rosata. Da quanto tempo raspano il selciato e per quanto tempo ancora? Ma il silenzio è stranissimo.

La neve soffoca ogni rumore e tutti quei gesti e quell'agitazione senza strepito dànno proprio l'impressione di un sogno senza tempo.

Cràstino è fermo, appoggiato al manico della pala: si prova a fare un gran respiro per sollevarsi il petto: quando una carrozza passa... Un giovinotto è lì dentro. E' lui! Chi? Adesso si ricorda: l'aveva veduto per le scale e non l'aveva mai notato. E' lui certo. Un moto fulmineo: il giovane cade dalla carrozza, stramazza, colpito alla testa da un colpo di pala...

Un'agitazione enorme. Un fanciullo di sei o sette anni si lancia alle ginocchia di Cràstino, come per proteggerlo contro la furia dei circostanti.

E' tutto stranamente silenzioso... Cràstino salta su un cumulo di neve e fa grandi gesti e apre la bocca come volendo gridare. Infatti si sente, ma fiochissimo: "Fratelli, quell'uomo ha fatto morire mia sorella dopo averla resa madre... E' morta alla Maternità... morta di parto, perché aveva troppo sofferto... Io e mia sorella siamo trovatelli: suo figlio, eccolo, non ha conosciuto la madre. Eccolo!". Lo prende sulle braccia e lo alza sul suo capo.

Allora si leva un tumulto sterminato. La piazza è gremita d'un popolo immenso, bimbi, donne, vecchi. Tutti gridano con grida altissime.

In un momento Crastino è afferrato da due guardie nere, scompare.

Ma il tumulto non cessa. Tutta quella turba si stringe, alza i pugni: tutte le braccia sono levate, tutte le voci vanno al cielo: e un uomo altissimo ha afferrato il fanciullo alla vita e lo solleva colle due braccia al disopra del suo capo:


-Il tuo bimbo, popolo!


- Destatomi, il tumulto continuava nelle mie orecchie. Ma non era già quello:

veniva dal pianerottolo, dalla scala, dal corridoio. Era un vocìo di bimbi e di mamme. C'era il sole. Aprii la finestra e guardai di fronte. Quella di Crastino era chiusa ancora.

Il pianerottolo, in cui il sole scialbo gettava un largo sprazzo, era brulicante di bimbi. Alcuni avevano il grembialino pulito: i più erano laceri e sporchi in viso. Una donna frugava nella selva ispida d'una testa riluttante. Un ragazzo, tutto bianco di gesso, un bicc, muratore, esponeva al sole i suoi piedi escoriati dalla calce e dai geloni. Un carbonaio rigirava la testa sotto il robinetto comune dell'acqua potabile, inzuppandosi d'un sapone dall'odor nauseabondo. Un uomo stava seduto in terra appoggiato al muro, con una faccia ebete e gli occhi proprii degli ubriachi e dei morti, simili ad acini d'uva mezzo crepati: cantava una nenia compassionevole:

Minca 'n crous, Minca 'n crous Le ninsole son pa nous E le nous son pa ninsole... Spuntò dal basso della scala un cappello color caffè, due spalle curve, e un viso da bulldogg si alzò nel sole a guardar la canaglia. Poi traversò senza badar molto accuratamente dove mettesse i piedi, fra i cenci e le gambette dei bambini, e cominciò a bussare all'uscio del n.1. Era il segretario della casa.

Tutte le domeniche egli faceva il suo giro a riscuotere i fitti del mese:

cominciava sorridendo e finiva ruggendo e bestemmiando: spesso, la sera della domenica, il pianerottolo era ingombro dei mobili di qualche inquilino scacciato.

Di lì a poco sentii vociare e strillare nella soffitta attigua alla mia, n.7.

Era la moglie dell'ubriaco: protestava al segretario che non aveva da mangiare, né da sfamare i suoi tre bimbi: uno, il più piccino, strillava nelle sue braccia.

Sul pianerottolo un ragazzo patito, dalla faccia pallida e intelligente, occhi inquieti, gran bocca ed orecchie ad ansa, inginocchiato su un gradino, sporgendo la testa sul balcone, guardava verso quella finestra: doveva essere suo figlio. Una bambina ricciuta, colle guancie flosce e le labbra mocciose, tendeva una manuccia verso di lui e raggiuntolo lo tirava pel piede, piagnucolando: "Notu, Notu!". Notu le diede un calcio e scappò lungo il corridoio.

Il segretario si acquietava con la moglie dell'ubriaco. Ciò continuava da mesi: il segretario finiva sempre con acquietarsi, il che non avveniva con nessun altro inquilino, fuorché con la Salamandra, una ragazza equivoca che era lo zimbello e insieme il castigo dei monelli.

Passata la mia soffitta (io pagavo anticipato al suo ufficio, ogni mese) bussò al n.9. Chi ci abitava? Nelle rare notti in cui non potevo dormire udivo, dopo mezzanotte, scricchiare la chiave nella toppa e due passi pesanti avanzarsi di là dal muro e talvolta un piccolo tonfo, come d'un sacco. Nient'altro.

Nessuno rispose alla picchiata, ed egli passò oltre. Quando, di lì a qualche tempo, mi parve d'intravederlo nella soffitta di Crastino, rimasi un momento ansioso. Ma come si tratteneva più che nelle altre, mi risolvetti di intervenire. Traversai il pianerottolo: "Ciao, tipografo!", mi mormorò l'ubriaco. Le donne mi guardarono con indifferenza. Bussai alla porta:


-Son io. Stanga.


-Avanti! rispose la voce di Crastino.

Il segretario mi ricevette sorridendo in aria di condiscendenza. Salutai l'amico:


-Hai dormito?


-Sì. La fatica, vedi. Un mestiere... Faticare... non c'è di meglio. Appunto chiedevo al signor segretario se avesse qualcosa da farmi fare...

Il segretario sorrideva tra il furbo e il fatuo. Che mistero, la bruttezza!

Colui aveva un naso rintanato nella faccia come se tutta fosse stata dissestata da un pugno; gli occhi sporgevano, le labbra e i denti grossi e gialli si protendevano. Aveva qualcosa di un batrace. Quando rideva era orribile. Un tic all'occhio sinistro lo faceva ammiccare spesso fuor di proposito.


-Veda, signor Stanga cominciava con la sua pronunzia balbuziente. Io sono lietissimo di vederli amici, loro due. Il signor Crastino... non può che avvantaggiarsi della compagnia d'un giovane ammodo e pratico come lei! Vede, io sono molto ben disposto verso il signor Crastino. E siccome so in che condizioni si trova, e la disgrazia di sua sorella... vorrei perdonargli la pigione, affinché porti un regaletto a lei...

"Buon cuore?" pensavo diffidente. Ma l'amico gli porse il denaro con un gesto brusco.

L'altro lo intascò affettando noncuranza.


-A rivederla, signor Stanga. Lei è un giovane assestato. Ci ho una bella camera per lei, al quarto piano, se vuol discendere. Ah, lei è un amico prezioso. Se il Crastino l'avesse conosciuto prima... sua sorella...


-A rivederla l'interruppi, indovinando dove parava.


-Sì, sì, lei è un giovane... richiuse l'uscio dietro di sé, mormorando lungo il corridoio.


-L'hai trovato lì, colui che ti darà un impiego! esclamai a Crastino. Non accetterei neanche un bicchier d'acqua! Immagini che possa rendere un servigio a qualcuno?


-E' vero, ma a chi vuoi tu che mi rivolga?

Ora vedevo il segretario in un'altra soffitta: era seduto su un letto, immobile, le mani nelle tasche dei calzoni. Una donna giovane, ma colla figura cadente e sciupata, dimenava le braccia davanti a lui, come per respingere qualcosa d'invisibile che le si stringesse intorno. Non udendo le voci traverso quei vetri, mi pareva ch'egli fosse un ragno schifoso che guardasse con cupidigia una mosca dibattersi nella sua tela.

"Trovar cinque lire mensili è dunque sì terribile?" riflettei.


-Quella è la Salamandra disse Crastino: credo che paghi più degli altri per poter abitar qui.

"Tre classi della società? pensai. In realtà ce n'è un'altra: la classe di quelli che non mangiano, non pagano pigione, muoiono continuamente, fino allo strappo definitivo che li stacca dalla vita...".

E continuai ad alta voce:


-Senti. Io guadagno quattro lire al giorno: non ho nulla che fare con costoro, ma ne sono sì vicino, che ne soffro come se fossi dei loro. Ora, metà del mio salario può essere impiegato a beneficio di quelli che non ne hanno alcuno.

Come fare?


-Non giova, caro mio rispos'egli naturalmente come se avesse seguito da principio le mie riflessioni: il tuo danaro servirebbe forse a impedire a un povero diavolo di sloggiare, da un momento all'altro, dalla soffitta e dal mondo, ma le cose rimarrebbero allo stesso punto. Soltanto lascerebbe a te l'illusione di aver fatto la tua parte, di crederti sdebitato verso gli altri...


-E' vero. Ma il danaro può far due cose, questa che tu dici, poi un'altra:

diffondere la verità, la scienza, la scienza che dice: "Ecco, tu, ricco, non sei felice: ti stordisci e chiami questo la gioia: pròvati a guardar in te stesso: ci troverai tanti cantucci inesplorati, tante fibre che ti dànno dolore: perché? Sono le fibre che ti legano agli altri, agli altri che soffrono: ed esse soffrono. Per farle tacere, per sanarle, bisogna sanare il dolore altrui". Allora si capirà che la felicità consiste nella giustizia, cioè nella tua rinunzia libera a qualcosa, che è necessario per il tuo vicino.

L'equilibrio, l'armonia è la felicità...


-Fai delle conferenze, Stanga! Tutto questo è buono, ma è lungo! Sarà per il secolo venturo. Per ora, ecco... Sei nato? Colpa tua! Paga il fitto dell'esistenza. Né in terra né in aria c'è posto per le tue quattr'ossa. Paga!

Non hai soldi? Ingègnati!... Ah! Sei un utopista, come me, caro amico.


-Hai ragione. Ti annoio.


-No, no: al contrario. Come ti ammiro! Dovevi farti prete. Cioè, tu sei uno dei preti nuovi, della religione nuova...

Fu interrotto da due colpi rapidi alla porta.


-Avanti! rispose egli, avvicinandosi curioso all'uscio.

Rimanemmo entrambi interdetti. Era una signorina sorridente, rosea, coi capelli lisci, a bande, fino agli angoli degli occhi.


-Oh, lei qui! disse ella appena mi scorse. Lei è il correttore della Società Editrice...


-Sì, signorina. Io la conosco... Vedi, aggiunsi rivolgendomi premuroso a Crastino, e sentendo che arrossivo fino alle orecchie la signorina dottoressa...


-Non importa, m'interruppe ella con un gesto... E lei è il signor Crastino?

disse all'amico. Io conosco sua sorella, le voglio molto bene. Oggi lei doveva venire a vederla?

Il volto di Crastino si oscurò:


-C'è qualche pericolo? Le fanno l'operazione? proruppe con ansia.


-No, nulla per ora. Ma il medico la tiene in osservazione: non vuol che abbia nessun motivo di commuoversi, vuol che si riposi, perché l'operazione è imminente. Sua sorella è molto estenuata e... potrebbe esser grave...

Crastino si sedette sul letto e si strinse la fronte tra le mani.

Ci fu un momento di silenzio lungo.


-Lei va in tipografia domani? mi chiese la signorina. Io devo passarci aggiunse guardandomi con intenzione.

Ebbi un brivido.


-Signor Crastino! cominciò la dottoressa con la sua voce infantile. Tutta la sua persona era infantile. Pareva che non dovesse aver coscienza affatto della gravità di quel che mi aveva fatto indovinare. Signor Crastino! e gli pose la mano sugli occhi, una manina di bimba. Si faccia coraggio. Domani lei verrà a vederla: ci sarò anch'io. Io voglio bene a lei, signor Crastino. Ho letto le sue poesie e le ammiro. Lei può far molto: è giovane: ha un bel dono che è dato a pochi, e deve tenerne buon conto... Domani lei può venire verso le due del pomeriggio. Verrà anche lei, signore disse rivolgendosi a me.

Parlava in fretta, di sèguito, premurosa di andarsene.

Io sentivo un tremore interno. Volevo raffigurarmi la sorella di Crastino fra le mura bianche d'un ospedale. Pareva invece che mi si delineasse una figura tante volte veduta, non guardata, lungo i ripiani delle scale, negli sfondi dei corridoi. Il volto dalle grandi sopracciglia e dalle labbra pallide dominava ora una personcina smilza vestita di grigio. Tutta la figura emergeva ora nella mia memoria.

Crastino s'era acquietato e la guardava con gli occhi atoni, come attendesse ad altro: ella ne pareva preoccupata e lo esaminava, mentre proseguiva, come per rompere la dolorosa impressione ch'ella ci aveva portata:


-Io conosco queste soffitte. Ho fatto una statistica sulle abitazioni operaie, l'anno scorso: poi parecchi di questi bimbi vengono al Pane quotidiano.


-Veramente queste non sono abitazioni operaie, signorina aggiunsi io prontamente, arrossendo di nuovo e molestato dalla mia timidità. Sono nidi da gufi per gente che non lavora e non mangia. Su cento inquilini o poco meno, venti soli lavorano: gli altri succhiano il sangue di questi: le mogli e i figli. E le famiglie dove l'uomo non lavora e si ubriaca, o è assente, o è morto, mangiano la neve dei tetti, ché non hanno altro... Solo io e Cimisin siamo senza famiglia... e Crastino pel momento...

Questi si mosse udendo il suo nome: mi guardò con un profondo scoramento, e vòlto verso la signorina, forse per una specie di rancore, vedendola tutta un mite sorriso, un mite fiore di giardino al sole, mormorò fra i denti:


-La vita è un cosa orribile.


-Sì diss'ella semplicemente. Bisogna mutarla!


-Bisogna...

E le braccia di lui si levarono rigide in atto di violenza... Ma si rilassarono subito. Gli occhi gli si riempirono di lacrime.


-Bisogna finirla! Ed appoggiò un braccio al muro e vi premè la testa singhiozzando.


-Povero fanciullo! disse ella con voce commossa e cantante, chinandosi a guardare dei libri logori su un cassettone. Povero fanciullo, che è nato per cantare e per far della musica come gli usignuoli, nato per godere il sole e gli alberi fioriti della primavera, nato per sentirsi padrone dell'aria e del giorno, e rinchiuso qui colle ali legate. Povero fanciullo!

La voce era tenerissima e pareva cantare per non spezzarsi d'emozione; e le sue mani e i suoi occhi passavano da libro a libro, come se non sostenesse di guardare e di essere guardata. Anch'io sentivo una strana soggezione. Sentivo qualcosa di vibrante sospeso nell'aria fra noi. E non mi pareva d'essere estraneo fra lor due, fra l'addolorato e la consolatrice, che non mi sembravano più due individui, ma da una parte l'uomo che si crede re della vita e se ne sente lo zimbello, e la donna dall'altra, che vede la vita qual'è, frenando gli slanci imprudenti, sollevando gli abbattimenti, immagine della vita stessa, che è buona.

E con un tono di risoluzione:


-Su, infine... Non siate tanto debole. Domani verrete da vostra sorella.

Addio. Datemi la mano, su...

Gli prese la mano e la strinse, poi si volse per partire.


-L'accompagno fin sulla strada? chiesi io in fretta.


-No. Ci sono avvezza. Resti... A rivederla aggiunse guardandomi.

Rinchiusi l'uscio. Crastino s'era seduto sul letto e aveva la faccia nel cuscino. Io guardai dalla finestra. Sul pianerottolo un vocìo: "Signorina Lavriano, signorina Lavriano!". Il ragazzo dalle orecchie ad ansa le correva dietro zoppicando.


-A proposito. Sai chi è? dissi a Crastino. E la figlia del grande psicologo, la dottoressa Eva Lavriano.

Egli non si mosse, come se non avesse inteso. Io ascoltai le voci scendere dietro la signorina. Comparve in basso, traversò il cortile seguìta da un nugolo di bimbi. Un fiore di sole. E pensai che la donna sanerà la società inferma.


III.

Il giorno dopo, seduto nel gabbiotto dei correttori, lavoravo distratto. Nulla di peggio! I refusi passano davanti agli occhi lungo le linee fitte. Che tormento i refusi! Io li sogno di notte. Nel principio dell'assopimento i caratteri, nitidi sul bianco, mi scorrono dinanzi, con lo stesso moto irresistibile di un viale d'alberi o d'una serie di solchi interminabili davanti allo sportello d'un vagone, che vi porta fatalmente, senza che la vostra volontà possa farlo rallentare o sostare. Quando si scorrono bozze, l'occhio e perfino la testa intorno al collo prendono un moto regolare automatico: mentre infilzate un refuso sul margine bianco, l'occhio e il capo continuano il loro moto di pendolo e arrestarlo è quasi un dolore fisico, un urto al cervello.

Per correggere bisogna essere tutt'occhio: la mente deve eclissarsi: se pensate al senso intimo del periodo, i soldatini di piombo vi sfuggono affatto o vi nascondono una parte del loro uniforme vecchio o rotto o irregolare.

Talvolta un soldato d'un altro corpo s'è intruso fra estranei, un corazziere tra bersaglieri. (Immagini tolte al militarismo. Ne ho rimorso).

Bisogna passare in rassegna i caratteri come individui a sé. E certi esseri invisibili anche i vuoti, cioè. Bianchi tra nero e nero, sono entità di cui bisogna tener conto, punti e interlinee. Ma io faccio un trattato...

Fatto sta, nondimeno, che i profani a stento riescono a capire da qual pesante lavoro materiale risulti il leggero foglio su cui gli occhi afferrano, come a volo, le più delicate sfumature di sentimenti e le idee eteree. Innumerevoli e minuscoli prismi di piombo accostati ad uno ad uno formano le pagine: una pagina pesa d'ordinario... da un chilo in su: un giumento non porterebbe sulla groppa un volumetto di vaporosi versi elzeviriani.

Io diventai un pessimissimo correttore. Leggevo: cercavo inconsciamente di capire, e se il testo mi prendeva la mano, andavo innanzi, deponevo la penna e lasciavo che gli errori facessero il comodo loro, facessero gazzarra, sfacciatamente: sicché mi toccava riprendere poi da capo, afferrando ben bene la mia attenzione, dividendola cioè in due, ardua faccenda, una parte costringendo a badar a' segni neri, l'altra facendo tacere il più possibile.

Quella mattina ero più distratto del solito. Guardavo spesso verso la porta, e chinando la testa sulle prove, vedevo ad ogni momento l'immagine della sorridente, di quel vivente sorriso, che entrava e guardava verso la gabbia nel canto, ov'era scritto in grande: Correttori.

Ed ecco appunto, di lì a poco, entrare la signorina, dire una parola ad un ragazzo e guardare verso il nostro angolo, volgendomi un saluto, mentre il ragazzo giungeva a me col messaggio.


-La signorina Lavriano la desidera un momento.

Mi mossi col batticuore.

I compositori avevano vòlto la testa dalle loro casse a ricevere quel sorriso che raggiava dal vano della porta sotto la gran volta vetrata, fumicosa e buia. Era vietato di entrare, ma ella spesso con la sua imperturbabile tranquillità si affacciava all'uscio e talvolta traversava le corsìe, andava fino alle macchine o alla legatoria per parlare con qualche ragazza. Il direttore sorrideva anch'egli, non senza un'occhiata di rimprovero verso quella gentil distrazione che attirava tutti gli sguardi per un momento e li rallegrava.

Mi trasse nel gabinetto del direttore e mi disse, con un moto di tristezza subitanea che la fece somigliare ad una bimba che stesse per dare in pianto:

La signorina Crastino, sa? è in condizioni disperate. Questione di giorni.

Una fitta al cuore. Rimasi accasciato.


-Perciò è necessario riprese di preparare fin da oggi il fratello, e prima ancora che egli la veda, alla possibilità della sua morte. Perché la sorella, che sa di morire, è capace di dirglielo d'un colpo, e ciò gli potrebbe far molto male. Mio padre lo crede un po' debole di cervello e magari epilettico... Lei non conosce le poesie del francese Verlaine? C'è molta affinità fra i due temperamenti, salvo i costumi e l'incoerenza. Crastino è un debole, condannato probabilmente ad una malattia progressiva di esaurimento.

Un'emozione forte potrebbe essergli fatale.

Io era fortemente colpito da quelle rivelazioni. Ella aveva ripreso la sua serenità. La miseria, la malattia, la morte eran divenute il suo ambiente ordinario, la sua atmosfera, perché ella vi si movesse con una tale calma?

Parlava tenendo le mani incrociate sul grembo come una bimba che voglia darsi l'aria di donnina, ma spesso le sue mani scappavano a toccare un oggetto sul tavolo, a brandire un tagliacarte, una penna. Com'io la esaminavo con evidente curiosità, mista d'ammirazione, ella restava qualche istante leggermente interdetta, poi sorrideva.


-E di lui che avverrà dopo la morte della sorella? ripresi io. Non si potrà già nascondergliela per molto tempo... E il bambino? Non potremo mica affidare un bambino a questo fanciullo...


-Il bambino è morto interruppe ella fortunatamente. Un disgraziato di meno.

Quanto a lui, ci penseremo. Ne ho già parlato a mio padre: chi sa, nell'insegnamento o in un ufficio d'Opera pia...


-Forse è incapace d'una qualsiasi occupazione continuata. Conosce lei la sua infanzia?

E le raccontai in breve quello che avevo udito da lui qualche giorno prima.

Dalla Casa dell'Infanzia Abbandonata, la Ca' Granda, i due orfani erano passati ad un Orfanotrofio, sempre tenuti con molto riguardo. Poi una donna li aveva ritirati e aveva provveduto loro fino alla sua morte, avvenuta due anni prima. Ella viveva agiatamente, faceva dar lezioni ai bimbi, creduti suoi figli; ma alla sua morte non aveva lasciato nulla affatto. Con la vendita dei mobili, gli orfani avevano vissuto un anno. Poi la Lena s'era messa a lavorar di ricamo e di cucito, il che le rendeva qualcosa. Avevano continuato così altri due anni.


-Quanto alla loro nascita non sanno nulla essi?


-Nulla affatto: la donna pare avesse detto che il figlio doveva la vita ad un alto personaggio morto or sono pochi anni, che bazzicava sovente in via San Donato. Favole!


-Ah! fece lei. Può darsi. Quel sobborgo era molto di moda, anni fa... E i suoi occhi ebbero una punta d'ira.

Tacque un momento, come riflettendo, poi depose il tagliacarte che aveva stretto nervosamente, e si levò con un piccolo scatto. In quel punto il mezzogiorno era scoccato. Ella rimase tacita un istante, come ascoltando piena di stupore.

Io sorrisi. Allo scocco del mezzodì le macchine s'arrestano come per incanto e il silenzio che ne segue reca un breve intontimento anche ai più assuefatti.

E subito nel corridoio un rimescolìo di voci e di passi. Donne e uomini, giovani in gran parte, vi si ingolfarono e ciascuno dava una occhiata curiosa per la porta aperta.

Ella mi porse la mano.


-Verrà anche lei oggi? Vada a pigliarlo a casa, non lo abbandoni in questi giorni.


-Non dubiti, signorina.

E si inoltrò nella folla.

Afferrai le mie bozze e corsi verso casa.

Ingollando prestamente un boccon di colazione, non riuscivo a fissar la mente sulle pagine che tenevo innanzi, secondo il mio uso di intrattenermi con qualche libro o giornale durante l'antipatica faccenda di rifornire la macchina... Mi preoccupava il pensiero del povero amico, e sopratutto l'immagine della sorella. Che cosa aveva pensato di me quando l'avevo rasentata, chi sa quante volte, salendo o scendendo le scale a salti come facevo, rincantucciata su un pianerottolo ad aspettar che passasse la valanga de' miei passi giganti? Dovevo sembrare uno strano animale, un di quei ragni magri del granturco, d'autunno.

Fatto è che ora mi pareva di averla veduta durante anni ed anni: mi pareva che anche allora, qualcosa fosse entrato in me, forse soltanto un alito della sua atmosfera. Non è così? Ognuno di noi ha intorno un'atmosfera propria, come le stelle...

Quando bussai al n.30, Crastino attese un momento prima d'aprirmi, non senza cagionarmi ansietà: aveva la faccia stanchissima e pallida e gli occhi rossi.

Gli chiesi se aveva mangiato. Mi rispose:


-Credo.

Non potei far a meno di sorridere. Avevo portato meco due ova crude e lo pregai di berle, il che fece docilmente e con indifferenza.


-Andiamo? dissi.


-Come vuoi. E' già tempo?

E si guardò in un pezzo di specchio sostenuto sul muro da tre chiodi: si dette un colpo ai capelli colla mano:


-Come sono pallido! Sono mortuario...


-Perché non sai farti coraggio. Bella faccia che porti dinanzi a tua sorella!

Afferrai la spazzola e gli pulii il pastrano pieno di polvere: gli porsi il cappello. Egli si rigirava intorno come se dovesse cercar molte cose da portar seco. Prese un libro e fece per uscire. Poi si rivolse e alzò la tenda:

c'erano alcune sottane appese al muro e un lettino ripiegato: mise le mani in un piccolo baule: brancicò non so che:


-Non avrà bisogno di qualcosa? Che devo portarle delle cose sue, qui?

Io lo afferrai per un braccio e lo spinsi fuori. I corridoi erano deserti e silenziosi. A un tratto scoppiò un pianto fortissimo di donna. Mi volsi indietro: tutti gli usci erano chiusi: doveva venir dal fondo.


-E' la Biondina del 40 disse Crastino. Le è morto il bambino iersera: lei è a letto, assistita dalla moglie dell'ubriaco, e il bimbo nella culletta: un'ora fa dormivano tutti e due; sì, pareva che dormissero tutti e due. Va' a vederla.

Mi ricordai. Era l'inquilina dell'ultima soffitta, una cantarina bionda di I7 anni, sarta; sul rullìo della macchina a cucire la sua voce instancabile finiva per dar noia a chi dovea sentirla a lungo: a me che ben di rado tornavo a casa durante la giornata, faceva l'effetto d'uno sprazzo di sole. Un giorno la ragazza aveva messo al mondo un bimbo: di chi? Nessuno lo sapeva. Lo portava in braccio, seminudo, per tutta la casa, continuamente: entrambi con una faccia tondeggiante, bianca e rosa, ella pareva la sorella maggiore del suo bimbo. Una signora del piano inferiore, che aveva avuto, pochi giorni dopo, una bambina troppo affamata, la mandava sopra a finir di pascere, e io avevo veduto una volta la ragazza con due batuffoli rosei in braccio, baloccandosi: doveva divertirsi un mondo.


-Non abbiamo tempo dissi a Crastino. Povera ragazza! Ma d'altra parte non è meglio così? per lei no, forse, ma per il bimbo...

Scendemmo. Il fischiettio di Cimisin trillava a tutt'andare al battito del martello. Ai pianti di donna e alle bestemmie degli ubriachi, da tanti anni, l'allegria di quel pazzo innocuo si mescolava senza riposo.


- Non ricordo molto di quella visita. Ricordo un viso bianco, capelli neri umidi e appiccicati alle tempie: le fattezze parevano di marmo. A un certo momento sotto le grandi sopracciglia nerissime i grandi occhi s'aprirono e le labbra bianche sorrisero. Quegli occhi! Io guardavo in essi per la prima volta, ma li avevo veduti e li ricordavo. Essi m'avevano guardato certo ed erano entrati in me. Così li vidi sempre di poi, così mi sorgono ora dinanzi in un volto d'alabastro, come trasparente per un lume nascosto. Disse qualche parola, fiochissima; era così stanca! Ma gli occhi erano profondi, intensi, volevano significare quello che non potevano dire le labbra: passavano da Vigi a me, come se volessero intessere fra noi una misteriosa trama che ci unisse per sempre.

Intorno erano altri letti bianchi, altre teste esangui, altri occhi che ci guardavano. E il sole era stranamente pallido e dolce in quell'aria immobile e tepida.

La dottoressa venne per condurci via. Si sedette un momento, prese la mano dell'inferma e cominciò a parlare, come per cullarla, con parole carezzevoli, le parole dell'illusione per la moribonda e per il povero fratello, che non si sarebbero veduti mai più.

Poi ci guidò fino alla porta. In tutto quel tempo Crastino rimase stranamente calmo.


IV

Tornato dall'ospizio in tranvia, il tragitto fu silenzioso. Egli era molto accasciato. Giunti in piazza dello Statuto scendemmo. Io volevo trarlo lontano da casa. Entrammo nello stradale di Francia.


-Facciamo due passi? proposi. Io ho vacanza oggi.


-Come vuoi.

Camminammo un buon tratto in silenzio. I prati erano vellutati di bianco. La neve prendeva una leggerissima tinta azzurra nella lontananza: gli alberi neri non parevano scarni, ma aprivano contro il cielo dei ventagli di piume. Quando fummo fuori dell'abitato, le Alpi si presentarono in tutta la loro enormità, dalle punte spiccanti sul cielo morbido, bianche e chiazzate qua e là di azzurro denso, alle basi che poggiavano sulla linea vaporosa della pianura...

Crastino, che camminava curvo col mento in seno, alzò a poco a poco la testa, e i suoi occhi parevano rischiararsi. Vicino a un ponticello si volse indietro come a misurar la distanza percorsa dopo le case, poi guardò dinanzi a sé:


-I monti! Che bellezza!

Ad un tratto la sua bocca si contrasse, gli occhi si empirono di lacrime Fece uno sforzo grande e riprese con voce naturale:


-Ti darò a leggere i miei versi. Ne ho dei nuovi anche. Ma da un po' di tempo non posso più comporre. La poesia nasce adesso in me: quando sarò meno infelice, me ne ricorderò e scriverò. Adesso, ecco, se fossi solo, piangerei.

La notte, il sole, la neve mi fanno sempre piangere. Io sono sempre solo.

Si avviluppò nel pastrano e prese a camminare più rapidamente.


-Ho freddo. Non hai freddo tu? Io patisco molto il freddo: per questo l'estate è la mia stagione: proprio nel meriggio, cammino per la campagna delle ore intere. Credo che morirò di freddo.


-Via! Fai conto di proseguire nella vita irregolare che hai tenuto finora?

Lavorerai: avrai un impiego, e nelle ore libere farai dei versi.


-Hai ragione. Lavorerò e non farò più dei versi... Devo pensare a mia sorella adesso.

L'immagine della morente mi si ripresentò, dandomi una commozione violenta.

Una figura umana tutta curva e affastellata sotto un gran cappello logoro dalle tese pendenti veniva verso di noi. Quando fu a pochi passi, scorgemmo un vecchio appoggiato a un bastone nodoso, con tre giacche logore indossate l'una sull'altra e il petto aperto rugoso e rosso: si fermò e ci guardò con due piccoli occhi azzurri: tra la bocca ispida e il cappellaccio non si scorgeva altro della faccia. Gli porsi una moneta.


-Grazie. Ora pro eis!

S'incamminò, poi si rivolse:


-Sentite, giovanotti: laggiù c'è il re: adesso passerà sulla macchina.

Proseguimmo la passeggiata:


-Hai sentito? diss'io. Laggiù c'è il re. Che sia andato a Rivoli in automobile?


-Il re!... C'era un re, rispose con la sua aria di trasognato un re!... Ami le leggende? Io ne sapevo tante. Mia madre... mia zia, via!, quella che ti ho detto che ci teneva con sé, ne sapeva d'ogni colore. Ella parlava sempre di re, di duchi, di conti... Era un'aristocratica!


-Anch'io ne sapevo molte. Andavo nella stalla, d'inverno. Dopo il rosario e i paternoster a tutti i santi che ci liberino dal feu, da la losna e dal troun, mia nonna ne contava delle interminabili. Era del tempo di Napoleone:

piegata in due dalla sciatica, sembrava una povera bestia supplichevole. Poi, sull'aia della fornace, piena di sole, io cantavo coi bambini:

Andouma a Rouma a coumpré una courouña, 'na courouña par un Re.

Giurapapé.


- Volevo farlo rallegrare.

Il sole cadeva dietro i monti e il cielo su di essi era divenuto roseo. Laggiù appunto, di là dai monti, era forse il paese delle leggende... Crastino disse:


-Eppure sono esse, le leggende, che ci fanno inabili a vivere. Io, per esempio, penso sempre a Nausica, alle sibille, ai Nibelunghi, a Bruto, magari:

e più ancora alla Madonna, a Santa Teresa, a San Francesco d'Assisi... Tutto questo mi ha fatto dimenticare che mia sorella lavorava per me, che un bel giovane può passare per la strada e farle delle proposte, e che l'amore conduce all'ospedale...

Si tirò su il bavero e affondò le mani nelle tasche:


-Io penso alla Biondina del n. 40. Che diverrà? Mi pare perfino che l'amerei.

Sciocco! Intanto non mi ha mai neanche guardato... Eppure qualche anno fa le donne mi guardavano con certi occhi! Non hai mai amato tu?


-Io no. Non ci ho mai pensato, o quasi.


-Io non lo so. Ma credo che non ho mai amato. Mi ha sempre disgustato. E' vero che non ho mai incontrato una donna sopra la mia condizione. Ma credo che una donna viva non potrei amarla. Io amerei la principessa di Tripoli, per esempio, ossia Elisabetta d'Austria...

Una forma nera in mezzo alla strada, lontanissima, ingrossava rapidamente avvicinandosi. L'automobile del re? In brevissimo tempo fu accanto a noi e passò. Due ciclisti lo seguivano. Mi pareva avere scorto la fisionomia del re, giovane e ardita. Guardammo indietro seguendolo coll'occhio.

Una piccolissima figura nera, il mendicante, era ferma in mezzo alla strada:

s'udì la tromba: il mendicante si scostò. Avevamo avuto un momento d'ansia.


-Se l'avesse travolto? disse Crastino.


-Orribile!


-Per il mendico è lo stesso... ma per lui, dopo; aggiunse egli dopo un silenzio.


-Infatti... risposi, e non proseguii.

E c'immergemmo in un pensiero che ci dava i brividi.


- Tornammo che i fanali erano già accesi. Lo condussi alle Cucine, presso casa; entrava per la prima volta in un ambiente simile. Sedemmo ad un posto libero.

Il luogo era pieno di strepito e d'un vapore nauseabondo. Io mangiai, secondo l'abitudine, in gran fretta e macchinalmente: l'amico provò a trangugiare qualche boccone, ma la gola gli si chiudeva e gli occhi gli s'empievano di lacrime. Alla sua destra un grosso uomo appoggiava al tavolo due enormi braccia che sostenevano un testone bovino; egli metteva in moto due grandi ganasce. In faccia a questo, la Salamandra mangiava svogliata, versandosi di frequente un vino nero e denso; gettandogli qualche parola e voltandosi a sorridere intorno con aria di civetteria.


-Non sei mai venuto qui? domandai a Crastino.


-No. Mi fa nausea.


-Ma si paga poco. D'altronde potresti mandar a prenderti da mangiare per mezzo d'un ragazzo.

Volevo così insegnargli a vivere da solo.

Lo accompagnai fino alla sua stanza e gli diedi la buona notte.

Seduto al mio tavolo, sotto la lampada a petrolio che aveva assistito alle mie veglie sui còmpiti di scuola, alle mie lotte contro i refusi, alle mie divagazioni fantastiche sopra i periodi che più afferravano la mia intelligenza, mi provai a figgere gli occhi sul Wundt che avevo portato dalla tipografia. E tosto l'immagine di Lena mi si affacciò: mi guardava con gli occhi supplichevoli, quasi imperativi: mi pareva che m'imponesse con una dolce forza il pensiero costante che aveva animato la sua vita per quello strano fanciullo che da due giorni mi era divenuto fratello. Un passo pesante nel corridoio, accompagnato da urti contro le pareti e da spergiuri, interruppe le mie riflessioni: l'ubriaco aveva fatto il lunedì. Un uscio s'aperse; poi un tonfo, e non sentii più nulla: quella sera non avrebbe più avuto la forza di picchiare la moglie...

Ripresi a scorrere le mie bozze; inutilmente. Non potevo fermare la mia attenzione; forse d'ora innanzi queste cose, l'ufficio, la scuola, i libri, non mi avrebbero mai più interessato come prima: alcun che di estraneo era subitamente penetrato in me e faceva sì ch'io non mi sentissi più come prima affatto libero e solo. Ne avevo a tratti una punta di malessere che mi pareva fosse puramente immaginario; in fondo non avrei affatto desiderato che non fosse avvenuto così. Ad un certo momento mi domandai: "Ma che faccio io nella vita?" Fino a quel punto dunque io non mi ero ancora accorto di me stesso, perché non guardavo che me e nessun altro: non avevo termini di paragone. Che facevo io? Lavoravo, cioè vendevo la mia opera ad un padrone, estranei l'uno all'altro. Fortunatamente, non amando il padrone o i padroni, che non conoscevo, né il salario se non come una necessità, amavo invece il mio lavoro e avevo un ideale di me stesso a cui il mio lavoro poteva condurmi. E d'intorno a me? Correttori, compositori, macchinisti, entravano, uscivano, vendevano mente e mano a ore e a tariffa fissa. Nessun amore al loro lavoro, cioè alla loro vita, e nessun ideale.

Ciascuno vedeva di continuo uscir dalle sue mani per sempre e anonima la fatica di un'ora, un frammento, e nessuno poteva dir mai di qualche cosa:

"Quello l'ho fatto io!" Che cosa resterà loro alla fin della vita a provare che hanno vissuto? Non hanno vissuto: questa è la verità.

O forse in quella uniformità d'azione, estraneo, lontano dal monotono affaticarsi che li esaurisce, qualcosa esiste, sorride, splende? Qualcuno ha un piccolo usignuolo che gli canta in cuore mentre le sue mani s'insudiciano attorno alle ruote? E qui, intorno, in queste celle tra di prigione e di chiostro, qualcuno di quelli che tornano ogni sera abbrutiti dallo sforzo della giornata, si assopisce in un sogno sereno e un ritornello di canzone suona al ritmo del suo respiro?

Guardai intorno la mia soffitta: non era più sì fredda, sì nuda. La lampada diffondeva in essa una luce calma, dorata, che pareva quasi sottilmente intepidire l'aria. O era il senso d'una presenza invisibile? Appoggiai la testa su ambe le mani e chiusi gli occhi: traverso le palpebre la luce mi riempiva le pupille d'uno splendore marmoreo. Rimasi a lungo così, quasi ascoltando il brusìo nelle mie vene d'un tepore nuovo e vibrante. La finestra dietro il paralume era tutta azzurra. La neve era azzurra, il cielo quasi nero seminato di stelle. Apersi. Anche la finestra di fronte era aperta e una figura v'era in mezzo, china sui gomiti. Non mi meravigliò: non mi pareva infatti testè quasi d'essermi sentito chiamare?

Che avveniva in quella gran sala bianca, lontano? Rabbrividii.

Ma un'altra finestra laggiù nell'angolo, l'ultima, era illuminata: vi si vedevano due candele, e un gemito uguale ne usciva, tranquillo come se perdurasse nel sonno. Un'ombra di donna anche vi si moveva, alcuno vegliava il morticino, forse la moglie dell'ubriaco... Il silenzio era infinito. Le stelle palpitavano, il cielo non pareva una vòlta cupa, ma lo spazio senza limite in cui stavano sospese nel loro moto impercettibile quelle vite luminose. In terra tutto era bianco: tetti senza fine, e in fondo il profilo delle Alpi:

esse parevano inerti e morte. La vita era qui, intorno a me, su queste altezze tese verso il cielo: la vita e la morte.

Lungo le scale un passo saliva e una luce si proiettò sul pianerottolo, scomparve nel corridoio. Dopo un po', lo sentii tornare, più pesante e cauto; vidi vacillare su la parete lungo la scala il profilo d'un uomo con in spalla un oggetto oblungo: discendeva. Nella soffitta d'angolo le candele si mossero, l'ombra della donna si disegnò un momento sui vetri; poi si spensero. Il gemito continuava uguale nel sonno.


-Crastino! chiesi verso la finestra dirimpetto, pianissimo, come temendo di svegliare quel gemito. Egli si mosse, accennò con la mano alla finestra ora buia e si ritrasse.


- Tre giorni dopo fui chiamato nella sala d'ingresso della tipografia. Mi attendeva un signore alto, biondo, che avevo già veduto nel laboratorio, il dottor Semmi. Infatti egli rivedeva delle bozze. Riconobbi il primo foglio di un'opera che passava ora sotto le mie mani.


-Senta incominciò egli guardandomi con due occhi azzurro chiari. La dottoressa Lavriano m'incarica di informarla che la sorella del suo amico è morta iersera...

Quantunque fossi preparato alla notizia, ne rimasi costernato; egli lo vide e i suoi occhi tranquilli si velarono leggermente:


-La dottoressa è andata stamani a trovare il suo amico: intanto vuol ch'io avverta lei, perché l'assista questa notte, che può essere terribile per il giovane, un po' ammalato, a quanto mi si dice...

Io non seppi rispondere parola. Egli proseguì:


-E' morta d'emorragia. Se fosse venuta all'ospizio subito... Invece ha creduto poter superare la crisi da sola. Quando ce l'ha portata la dottoressa Lavriano, era già tardi; aveva già dei guasti interni cui non si poté rimediare...

Diede un'occhiata alle sue bozze, poi si decise a posar la penna e volgendosi tutto a me, mi chiese:


-Il fratello, che tipo è?


-Oh, un bravo giovine! m'affrettai a rispondere. Probabilmente non ha saputo nulla di nulla. E' un poeta. Ha scritto Tenebre...


-La rimproverava, che lei sappia?


-Non credo. Soltanto, ella doveva averne soggezione, da quel che posso immaginarmi. Doveva poi temere enormemente di addolorarlo. Credo che gli facesse un po' da madre...


-Ah, le parti s'erano invertite! Lui, certo non sapeva proteggerla. Lì sta il male.


-Lo crede colpevole?


-Non posso giudicarne. Ad ogni modo, tutti gli uomini sono colpevoli in complesso, se non della morte dei neonati (quelli, pazienza!), certo della morte delle madri; non sono soltanto indirettamente responsabili... Ora lei legge il mio libro? La signorina mi dice che lei ha studiato molto di questioni sociali.


-Io? protestai confuso, sentendomi arrossire. Io non ho studiato che le bozze che vo correggendo da dieci anni.


-Bene! Mi dicono che dà dei punti agli autori, qualche volta. E sorrise della mia confusione: nei suoi occhi brillava un'ironìa benevola che non mi cagionava disagio. In quel momento il sole che entrava dalla finestra l'aveva raggiunto sulla sedia e illuminava la sua bella testa bionda, dall'alta fronte calva, dai baffi radi spioventi, traverso i quali i denti brillavano nel sorriso simpatico. Aveva qualcosa del sognatore e dell'apostolo; e subito sentii per lui un segreto moto di simpatia.

Egli si trasse indietro dal sole e riprese la penna, ma tosto la depose per porgermi la mano. Io la strinsi e tornai al mio gabbiotto.

Il seguito delle sue bozze che avevo dinanzi (L'allevamento dell'Uomo) diceva:

"Il dovere primo e assoluto d'una società civile è di favorire e sorvegliare le nascite. Tutti gli altri momenti della vita umana sono secondari vicino a questo, e in essi l'individuo può in diverso grado provvedere a se stesso: qui due vite sono in pericolo e l'una, la più indifesa, comincia appena, e guai se comincia male!

"Invece oggi la nascita è lasciata al caso. La procreazione, ch'è in fondo il solo fine visibile della vita, viene dall'uomo considerata come la spiacevole conseguenza d'un atto di piacere egoistico, dalla donna ora una sofferenza senza compenso, ora una condanna, una diminuzione del suo essere, tutt'al più una funzione semplicemente animale.

"Una gran parte di coloro che sentono in sé inquietudine, squilibrio fisico, difetti od eccessi, germi di male, di pazzia, di delitto, possono rintracciarne la causa nella nascita. Chi ne ha la colpa? Di rado la madre, spesso il padre, sempre la società...".

Quando fui libero dal mio lavoro m'affrettai verso casa. Crastino, nel suo letto, aveva un febbrone. Delirava. Minca, la moglie dell'ubriaco, lo assisteva, colla sua faccia patita e la persona lunga e magra: gli umettava le labbra ardenti e cercava di farlo rimanere quieto e coperto. Non mi riconobbe, e rimasi lunghe ore accanto al letto, mezzo intorpidito e colla testa ondeggiante e vuota.


- La febbre durò sei giorni. Il medico era inquieto e la dottoressa, che venne più volte, temette seriamente che il cervello gli si sconvolgesse. Era divenuto spaventosamente arido e secco. Un giorno scorsi così nitida la forma del teschio sotto la sua barba rada che n'ebbi un istantaneo ribrezzo.

Nondimeno si risollevò lentamente. Pareva che si fosse dimenticato d'ogni cosa e una dolce convalescenza mi fece apparire il mio povero amico come un fanciullo nuovo e ingenuo, ignaro d'ogni dolore, anche privo d'ogni pensiero, come una pianta, un semplice essere di senso.

Poi si ricordò, a sprazzi, del passato; ma con lieve dolore. L'attività del suo cervello ridestatosi all'improvviso con un vigor nuovo, lo elevava subito, dai singoli casi, alle considerazioni generali della vita: essendo stato sì vicino alla morte, diceva egli, non si contava più fra i vivi e i sofferenti, pensava agli altri che soffrivano e immaginava come avrebbero potuto non soffrire, trovando ciò, infine, molto facile, tanto viveva nell'astratto.

Io lo vedevo due volte al giorno. Era debolissimo, talché ci volle più d'un mese, prima ch'io potessi condurlo a fare qualche passo all'aperto.

A mano a mano che la primavera coloriva la terra e l'aria, vedevo il volto dell'amico animarsi, illuminarsi.

Passammo così alcuni mesi in una intimità ineffabile: io amai quel ragazzo di genio come avrei amato una creatura mia, la mia donna o mio figlio. La bellezza di quell'essere, che sorpassava la mia facoltà d'ammirazione, che mi riempiva spesso di stupore e di riverenza, come dinanzi a un mistero che si manifestasse in lui, mi affascinava. La figura divina ch'egli appariva, quando i suoi occhi contemplavano certi spettacoli eterni di natura o d'umanità, non mi uscirà più dalla mente.

Mi condusse a visitare le gallerie, ove mi colpì la sua dottrina e la sua ammirazione ragionata e istintiva dei capolavori. Lo incantava il museo egiziano, ov'egli passava ore intere a sognare in presenza delle mummie e dei resti così viventi e strani di quel popolo misterioso. Diceva che gli Egiziani dovevano somigliare ai grandi uccelli e ai grandi fiori delle acque, creature sospese su una linea d'orizzonte, e sopra, il cielo infinito, e sotto, lo specchio del cielo infinito: null'altro che cielo: perciò furono astronomi e matematici, e probabilmente musici...

Ma la natura vivente aveva potere di trasfigurarlo. Dinanzi al paesaggio dilatava gli occhi che diventavano luminosi come se concentrassero in sé quei colori e quella luce. Guardavamo così, al tramonto, il cielo grande che si continuava dentro lo specchio del Po, chiuso dalle masse dei pioppi. In principio gli sfuggiva qualche monosillabo: ero ancora presente a lui. Poi mi dimenticava affatto: drizzava le sue spalle gracili, ergeva il petto come per levarsi un'oppressione e respirava a larghi sorsi: non tornava a me che all'annerirsi delle forme, per ripetermi con rare frasi, tirate fuori a stento, le sue solite tristezze, la sua inettitudine ad un'opera grande, la morte che lo chiamava con voce sempre più insistente.

Le piccole agitazioni degli uomini lo toccavano talvolta prontamente e vivacemente. Egli gironzolava per la città, ruminando di continuo i suoi pensieri o "connettendo a musaico", com'egli diceva, qualche sonetto. I moti soliti dei passanti non lo distraevano punto: ma ogni più minuto incidente insolito lo richiamava; e come usciva da un mondo di sogni, la cosa prendeva un senso profondo e gli dava subito cagione di risalire a idee generali o a visioni d'umanità che lo prendevano alla gola; uso sempre, sciupandolo, il suo modo d'esprimersi. Ricordo che, avendolo incontrato una domenica in corso Vittorio tutto in preda a' suoi pensieri, non mi peritai di distrarnelo, salutandolo e accompagnandomi con lui. Ma pareva ch'egli durasse fatica a mantenersi meco nel mondo reale. Ad un tratto una fanfara sbocca da un angolo di via e parecchie squadre di ragazzi marciano dietro di essa.

I primi gonfiavano le gote rosse sulle loro trombe con un misto di letizia e di baldanza: gli altri marciavano serii, ma baldi e lieti anch'essi, come compresi della loro azione, che era di solidarietà e di armonia, di fiducia verso l'avvenire. Egli li guardò passare con gli occhi lucidi, attentissimo, li seguì a lungo con lo sguardo: poi lo prese l'affanno, aprì la bocca a respirar forte per non piangere, singhiozzò due o tre volte, indi si acquetò.

Di lì a un momento: Vedi? Disse I nostri figli quelli... i nostri nipoti!...

Come sono belli, sani! E gli altri, i nostri fratelli! Là, su le soffitte o nelle tane. I nostri fratelli! Ma il mondo cammina, caro Stanga, domani camminerà così, come questi bimbi... quando noi saremo sotterra!

Una sera volle portarmi ad ogni costo a vedere il Faust. Fu per entrambi una fonte di grande emozione. Egli pianse dal principio alla fine. Io gli tenevo una mano nella mia, premendola ad ogni tratto fortemente, quando temevo che scoppiasse in singhiozzi: ma il suo pianto era piuttosto calmo. Eravamo in loggione: egli appoggiava la testa sul parapetto, senza mai guardare il palco:

ed io sentivo con angoscia inesprimibile ch'egli faceva una trasposizione:

ascoltava la storia di sua sorella.

Ma io, che non conoscevo se non gli spettacoli delle chiese e la musica degli organi e dei cori, facevo amare riflessioni. Ecco: il pubblico ama questi quadri: dei burattini ridipinti, caricature dell'uomo, con gesti che tradiscono le cerniere nascoste nelle giunture, fanno grandi passi, si voltano verso il pubblico quando devono parlare coll'amante: nel duetto i due amanti fanno perfino un mezzo giro l'uno intorno all'altro, come i gruppi dei musei che hanno un perno sotto il piedestallo...

Il mio amico era pienamente afferrato dall'azione, o piuttosto dalla musica e dalla sua stessa fantasia. Io pensavo a quella Margherita. Ecco che cosa è la donna oggidì. Da una parte il diavolo che la tira per la lunga treccia, dall'altra Dio, che finisce col salvarla per far piacere agli spettatori e con lei l'altra allegra vittima del diavolo, Faust. Margherita non esiste di per sé: soffre, uccide la sua creatura... Che strazio e che ridicolo insieme in quella scena alla porta della chiesa! Accanto a noi c'erano delle ragazze che avevano veramente paura. E mi s'affacciò irresistibile la domanda:

"Dov'è questa religione consolatrice degli afflitti?".

Dio finisce col trionfare, ma che importa se il diavolo ha continuato a torturarmi durante quattro atti e mezzo, cioè quasi tutta la vita?

Più tardi Vigi divenne sempre più instancabile e inquieto. La mia compagnia non gli bastava più. Egli mi dimenticava spesso quando l'accompagnavo: si concentrava e rimaneva muto, non rispondeva; non udiva, forse, il più delle volte. Io l'annoiavo, probabilmente, e ricordando gli sguardi supplichevoli di sua sorella, una profonda angoscia mi prendeva. Mi sentivo impotente, meschino, nullo: in certi momenti avrei voluto stendermi a' suoi piedi, farmi calpestare, perché s'accorgesse di me.

Talvolta poi, all'improvviso, parlava e le sue frasi erano una continuazione di un discorso interno ch'io non riuscivo a ricostruire. E l'idea insistente era l'amore. Che cos'era quest'amore, per cui sua sorella aveva tanto sofferto in silenzio ed era morta con tanta serenità?

Lena aveva certo amato. Amava ancora quando moriva? Perché mi feci tante volte questa domanda, e perché non osai farla giammai a Crastino? Quante volte essa insisteva nel mio cervello fino al tormento mentre gli parlavo di cose indifferenti, ma non riuscii mai a superare la mia timidezza.

L'amore! Io non ci ho mai pensato. O per dir meglio: ho pensato moltissimo alla donna, senza che potessi neanche concepire di aver mai una donna mia, una famiglia mia. I miei coetanei, i miei colleghi di lavoro sono tutti ammogliati: ma si dibattono in tali difficoltà, che il far saltare sulle ginocchia l'ultimo marmocchio e veder gli altri rotolarsi nei prati, fuori porta, seduti colla mogliettina sotto la pergola di qualche osteria, è loro troppo scarso compenso. Altri non vogliono rampolli, e sono i più duri e i più chiusi, quelli che sorridono di più, ma di un sorriso scoraggiante, motteggiatore; tristissimi certo, in fondo. Parlate di amore e di una famiglia in una società che dà la medesima razione di pane a chi è solo e a chi ha moglie e bimbi!

Ma tutto ciò non bastava a tenermi lontano dal matrimonio. In fondo io ho un'immensa nostalgia della carezza femminile che non ricordo d'aver sentita mai. Forse, appena messo in luce, mia mamma poté ancora stringermi al suo seno e baciarmi? Non lo so. Ma mi pare che una donna (ora sono vecchio, ho trent'anni), una donna che mi avesse amato come avevo bisogno di essere amato, sarebbe stata un pochino mia mamma, e avrei avuto bisogno, sì, di piangere, quando l'avessi sentita mia, quando avessi sentito che tutto il suo mondo ero io, io; di piangere nel suo seno tutte le lagrime che non ho pianto in trent'anni; di versare tutta la immensa tristezza accumulata giorno per giorno, da bimbo nelle giornate fredde e senza pane, da ragazzo nella reclusione priva sempre del conforto d'una faccia femminile, da giovanotto quando la sera trovavo sempre la mia soffitta buia e gelida. Avevo una forza, accumulata in tanti anni di lotta contro un vero strato di terra pesante su di me: non sono uscito dalla mia tomba di creta come un germoglio in mezzo a un sentiero battuto? Non avevo rinunziato a quello che molti altri hanno, alla vita facile, apparecchiata dinanzi a loro come una mensa imbandita:

rinunziato, perché ero riuscito a non desiderare, sebbene me ne sentissi un diritto uguale a quello di essi?

E avevo una debolezza organica, portata in me sia dalle inconscie sofferenze e privazioni dell'infanzia, sia da quella rinunzia terribile. Una donna avrebbe soddisfatto a questo mio bisogno di proteggere e di essere protetto.

Non venne. L'attendevo e non la cercavo. Non osavo cercarla: ero timidissimo di fronte alla donna, perché conscio fin da ragazzo del mio aspetto triste e deficiente. Io sono alto, magro, giallo, con un torso gracile, gambe e braccia troppo lunghe: a sedici anni mi ricordo d'aver avuto per un periodo di tempo una fame da cannibale: quando cessò, io ero cresciuto di trenta centimetri! Da qualche anno non mi guardo più nelle vetrine, e quando per caso l'occhio mi cade sul mio individuo riflesso, m'esilaro non poco: ma prima fui di una suscettibilità malaticcia. Avevo un orecchio prodigioso per sentir dietro di me tutte le gaiezze ch'io suggerivo alle ragazze che mi passavano accanto, e il mio occhio, che pare un po' uguale e muto, non si lasciava sfuggire i menomi moti che apparivano su le facce dei passanti. A qualche monello avrei ben volentieri non poche volte tirato le orecchie. Ma mi contenevo: chiudevo gelosamente tutte queste ferite di spillo: credo che avevo una vera faccia di diplomatico, tanto sapevo dissimulare. Ora dicono invece che ho una faccia buona come il pan caldo. Gli è che vedo di quante piccole cose soffrono gli uomini: e sono tanto indulgente verso il me stesso d'allora, che m'intenerisco stranamente all'aspetto di tutte le piccole sofferenze che gemono o tacciono intorno a me.

Non avevo poi molto tempo da cercarla... Era necessario ch'io incontrassi per caso una donna che mi guardasse, mi trovasse simpatico, mi parlasse e mi conoscesse: conosciutomi, mi avrebbe probabilmente amato, perché mi pare impossibile, dio buono!, il contrario. Ciascuno di noi ha dentro di sé di che far felice un altro essere. Ma dov'è quest'altro? Ecco tutto. Lei era forse ben lontana e io stavo là nel mio buco di correttore... O era forse a due passi: forse m'ha guardato, m'avrà anche parlato... ma non m'ha conosciuto: e neppur io.

Dunque io scrivo qui come su una pietra sepolcrale: IO NON HO AMATO.

Tutte queste riflessioni e questi rimpianti furono sollevati in me dalla intimità con Crastino. Egli viveva così intensamente dentro di sé che le sue parole, da cui ricevevo delle momentanee rivelazioni, come dei lampi, di quella vita, mi riconducevano immediatamente alla mia e mi sentivo tutto rimescolato. Una volta uscivamo da una chiesa, entrativi a udire i cori dei vespri (la chiesa, le madonne, la musica!... Se volete dell'arte, del sentimento, oggidì, siate ricchi! Solo la chiesa dispensa dell'arte ai diseredati!) e il sole era così bello! Crastino disse:


-Io non ho mai creduto veramente a una vita mia oltre a questa, ad una vita individuale: non ci ho mai creduto, ma ho vissuto come se ci credessi: vale a dire che, in vista di un'altra vita, non ho vissuto questa...

"Vero", riflettei. E pensavo a me: io ho fatto lo stesso: anche nel mio piccolo avrei ottenuto qualche felicità se l'avessi voluta con tutte le forze.

Credo che molti oggidì sono simili a me: non ci si rifà a nuovo tanto facilmente. Ma vedo che nostri figli nascono già diversi: guardano il sole con maggior confidenza. Il sole è il nostro vero bene: per ora non ce n'è uno maggiore. Godetelo, figli nostri!

Quella osservazione di Crastino era forse dedotta da mie idee anteriori che ero venuto quasi costruendo e connettendo dinanzi a lui: a mano a mano che le dicevo, si organizzavano e diventavano più persuasive, solide anche dinanzi a me stesso. Io dunque ebbi una influenza sul suo pensiero: ho paura, ahimè, di averla avuta anche sulla sua vita, o, dirò meglio, sulla sua morte! Ma non ho rimorsi.

Il professor Lavriano gli aveva trovato un impiego nel dazio: lo esortava a mantenercisi per un mese, intanto ch'egli avrebbe cercato qualcosa di più consentaneo alle sue attitudini. Crastino ci si mise di buona volontà. Tornava a casa parlandomi dei carri pittoreschi che scendevano dalle Alpi ed entravano nella barriera di Francia, dei sotterfugi curiosissimi a cui ricorrevano i carrettieri per nascondere qualche chilo di salame o qualche litro di vino. Ma ben presto il lavorìo dei calcoli e della contabilità lo annoiò, lo irritò, e, passato il mese, se ne partì, insalutato ospite.

Allora il professore lo ammise nella redazione d'una rivista di sociologia, affidandogli, poiché non aveva alcuna cognizione speciale della materia, la compilazione dei fascicoli. Né ciò gli piaceva gran che. Pure tirò innanzi qualche tempo.

Un giorno, cadeva una pioggia fitta, accidiosa, ero venuto a casa nel meriggio, contro il mio costume, e stavo per tornare alla tipografia, quando sento altamente urlare fuori. Mi pareva la voce dello zoppetto, Notu. Infatti lo scorgo sul tetto opposto, aggrapparsi agli spigoli delle ardesie, colle mani gonfie. Nella soffitta attigua alla mia l'ubriaco urlava, sporgendosi dalla finestra e minacciando di tirargli una scarpa. Il ragazzo si voltava con una faccia pavonazza: piangeva e insieme gli faceva le beffe. Che era andato a fare lassù? La Biondina aveva aperto la sua finestra e lo chiamava, lanciando degl'insulti all'ubriaco. Ora il ragazzo si trovava sul crinale, all'altezza dell'abbaino di Crastino. D'un tratto, torcendosi verso di noi, perdette presa colla mano, i piedi scivolarono...

Dei gridi di terrore seguirono... Il ragazzo era sceso bocconi coi piedi innanzi e le mani uncinate sulle ardesie. Il canale di scolo lo arrestò.

Rimase immobile un secondo. Allora la finestra di Crastino s'aprì e la Biondina gli afferrò un braccio. Era salvo.

Respirai. Per un momento ebbi la visione di un mucchietto di cenci sparso sul lastricato del cortile. Udii allora aprirsi l'uscio attiguo al mio ed uscir l'ubriaco. Lo seguii. Egli andava senza dubbio a continuar la scenata nella stanza di Crastino... Ma giuntovi, afferrò il ragazzo e se lo strinse al petto piangendo forte. Noi lo guardavamo sdegnati e inteneriti.

Io dovetti correre all'ufficio. Fu allora che s'iniziò l'amicizia fra la Biondina e Crastino, che doveva presto mutarsi in amore, e togliermi per sempre quella dolce intimità che m'era divenuta necessaria.


VII.

Intanto era penetrata nel nostro convento una grande novità. Un giovanotto, un pittore, era venuto al n.27. Egli non vi dormiva spesso in principio, avendo anche un'altra abitazione. Era un bellissimo tipo, un modello d'umanità: alto, proporzionato, elastico, con una testa dalle fattezze forse un po' troppo fine, ma resa maschia da due grossi baffi e da una gran barba, che si mescolavano a coprirgli tutta la parte inferiore del viso d'una ondulata seta color di bronzo; nonchè da una capigliatura folta cui sormontava un piccolo cappello tondo. Un gran vocione dalle sonorità di rame dava tale eco nel suo largo petto, che a qualche distanza, quando l'udivo nei corridoi, non distinguevo più le parole, e pareva talvolta un bordone d'organo. E l'udivo spesso, perché egli, appena tornato dal lavoro (era disegnatore nella fonderia Nebiolo), interpellava tutti gl'inquilini delle soffitte, provocava le loro risa con facezie a freddo, si traeva dietro tutti i bimbi, a cui gettava dei pomi e delle noci lungo il corridoio, per farli ruzzolare a mucchi e scompisciar dalle risa. Non so quando dormisse, perché la sua soffitta era sempre illuminata e lavorava moltissimo di notte, traendosi dentro i modelli; un dopo l'altro tutti i piccoli scavezzacolli dell'aeropoli.

Aeropoli è il battesimo ch'egli aveva dato al nostro convento, che era, a suo avviso, il più numeroso e vasto di Torino: ed era il titolo d'un album di acqueforti che voleva eseguire e mandare in Francia, ad un suo amico pittore che là veniva molto valutato e aveva promesso di farlo conoscere e chiamarvelo ben presto. Egli lavorava la notte e tutto il giorno di festa. Aveva fatto subito conoscenza con tutti gli abitanti della nostra piccola città; fatto lo schizzo di tutti. Di Crastino, di me e della Biondina volle fare dei veri ritratti.

Non ho mai creduto d'aver una fisonomia interessante. Le mie fattezze oggi mi sono perfettamente indifferenti. Ma Quibio (che nome strano!), altrimenti detto Cribio! era un mago. Il ritratto di Crastino è meraviglioso e io non ho visto più bello il mio amico ne' suoi momenti di trasfigurazione: quando gli sarà resa giustizia e i suoi pochi versi saranno considerati come i più significativi che abbia prodotto la poesia italiana in questi ultimi vent'anni, questo ritratto costituirà un prezioso documento. Ora non è che uno dei tipi più suggestivi di un aeropoli!

Il mio è molto strano e non credo di essermi mai veduto con quell'espressione, per quanto quelle siano certo, ad una ad una, le mie fattezze. Tutto è alterato curiosamente; la pallidezza sopratutto colpisce e un senso di terrore che ho negli occhi. Forse ciò proviene dal momento in cui egli eseguì il disegno, un momento che non dimenticherò più.

Ma andiamo per ordine.

Quibio aveva la più buona indole del mondo, sebbene la portinaia, ch'era moglie d'una guardia civica, lo guardasse con diffidenza. Il segretario era evidentemente orgoglioso di tenere un simile inquilino e lo aveva consultato a proposito di certe oleografie che voleva comprare per il padrone di casa il giorno delle sue nozze d'argento, al che Quibio gli aveva dato del filisteo e peggio. Ma la considerazione e la diffidenza della portinaia e del segretario provenivano da certe lettere profumate che gli pervenivano, e più ancora dal fatto straordinario che più d'una signora (o era probabilmente sempre la stessa) aveva fermato la carrozza davanti alla casa ed era salita a veder lo studio.

Per alcuni mesi, Quibio fu la mia compagnia nelle ore di libertà, poiché Vigi s'era evidentemente allontanato da me per passar quasi le intere giornate solo con la Biondina, verso la quale sentivo una specie di rancore. Vissuto per tanti anni solitario e ignorato anche a me stesso, me ne rivalevo, cercando ad ogni costo quella compagnia che mi dimostrava che esistevo, ch'ero vivo, e che, in fondo, meritavo anche di vivere.

Una domenica Quibio bussò al mio uscio. Entrò tutto lieto.


-Due notizie, Martino cominciò col suo vocione: una: che ho vinto il concorso della Calcografia di Roma, l'altra... che gli abitanti di Marte fanno segnali verso la Terra.


-Tutt'e due dello stesso valore queste notizie? risposi io.


-Sì riprese. Ecco qui l'annunzio della Calcografia e il Popolo di stamane col telegramma di Marte. Ora ti afferro con una mano, e vado ad afferrar Vigi coll'altra, poi partiamo per Valsalice a far festa.

Non ci fu modo di replicare. Mentre mi vestivo, egli andò da Crastino a partecipargli la doppia notizia.

Io avevo sentito d'un romanzo inglese molto strano in cui si supponeva un'invasione di Marziani sulla Terra. Ora l'annunzio del giornale, che alcuni punti luminosi, supponenti una direzione intelligente, fossero stati notati sul nostro pianeta più affine, mi colpì fortemente. Il mio cervello, forse per mancanza d'un organismo scientifico complesso, è prontissimo ad accettare di botto le cose più straordinarie. Questa concezione mi dava un singolare senso quasi di smarrimento, quasi sentissi di essere veramente colla terra lanciato nello spazio. Io credo che quando codesti pensieri siano entrati profondamente in noi, potremo sentir meglio la vertigine dell'isolamento nell'infinito.

Dicono di non so qual poeta francese, che avesse trovato un frisson nouveau.

Questo pare invece a me il brivido nuovo.

Uscirono dal corridoio e mi attesero un momento sul pianerottolo. Scendemmo.

Quibio era in preda alla sua allegria rumorosa e rideva con tutti i suoi denti brillanti in mezzo a quel barbone biondo. Crastino pareva invece un po' contrariato. Da qualche tempo non lo vedevo più: lasciato l'impiego, s'era chiuso nella soffitta: lavorava? Era diventato diafano, cogli occhi cerchiati e ardenti, le narici mobilissime e la bocca nervosa. Io m'ero inquietato molto per la sua salute: il suo aspetto ora mi aumentava l'inquietudine.

Nonostante la gaiezza del pittore cui cercavo di tener dietro, Vigi taceva, pur rimanendo in apparenza sereno e un po' assorto in se stesso. Quibio era tanto felice, che me ne sentivo anch'io contentissimo: parlando, talvolta la voce gli si alterava; la gioia lo prendeva alla gola. Ah, che gusto di sentir ridere a quel modo! C'è chi nasce prepotentemente felice.

Valsalice era piena di gente: tutte le cantine risonavano di organetti e rigurgitavano di borghesi e di operai indomenicati. Quibio si piaceva enormemente dell'allegria popolare in campagna: e io pure me ne consolo tutto:

è sincera, larga, sana. Ci sedemmo sotto un pergolato, e il pittore fece portare un certo vinetto frizzante, che l'inuzzoliva tutto e gli faceva schioccar la lingua. Crastino ne assaggiò un sorso e fece una smorfia: io sono astemio.


-Ah miei cari! fece Quibio. Che bella cosa se la terra producesse più barbèra e meno ferro da cannone. Che ne dite? La vigna è il segreto della pace universale. Guardate: appena due uomini sono brilli, subito si abbracciano.

Non è vero, Minca'n Crous? disse alzando la voce verso la padrona grossa e rubiconda che si affannava a portar bicchieri qua e là... Si era innamorato di quel nome, e lo ripeteva a tutte le donne.

Un organetto entrò nel cortile e cominciò a suonare. Tosto Quibio si levò e afferrò la padrona per le braccia: questa, girando pesantemente, rideva e oscillava tutta. La lasciò subito quando vide entrare una ragazza con un gran cappello a piume di gallo.


-Oh! esclamò. La principessa d'Aeropoli. Facciamo un giro?

Era la Salamandra. E senza lasciarla rifiatare la trascinò in un valzer vertiginoso. Polvere e ciottoli sprizzavano dalle sue scarpe chiodate. Quando non ne poté più, si fermò e trasse la ragazza fino al nostro tavolo.

Ella sedette, guardandoci con atto tra d'interrogazione e di noncuranza; poi bevve d'un fiato il bicchiere che Quibio le porse.

Io sentivo un leggero batticuore, il senso che ho sempre di fronte a una donna, di timidezza e insieme di dispetto contro la mia timidità.


-Ebbene, come va la salute, Minchin? chiese Quibio sorridendo.


-Sempre bene la mia rispose la ragazza quasi offesa. Chiamami Olga intanto!


-Quanti anni hai? Venti, non è vero?


-Ventuno.

Quibio rise fragorosamente: ella gli dié del ventaglio sul capo. Aveva i cappelli biondissimi, radi, gli occhi allungati agli angoli da una riga di bistro, la pelle delle guancie disuguale e guasta: la bocca, assai bella, nelle mosse del discorso prendeva sempre delle inflessioni ignobili. Aveva forse quell'età e poteva anche avere più di trent'anni.


-Che farai quando sarai vecchia?


-Io vecchia? rise, e un'ombra d'inquietudine mi parve le passasse un momento sul viso: Farò l'affittacamere per le ragazze come me.


-Bene! Per vendicarti di chi ti fa fare questa vita? Tu ti ripagherai sulle disgraziate come te; la tua padrona fa lo stesso ora, e la catena non finirà più disse Quibio tra grave e ironico.

Ella volgeva gli occhi sovente a osservare Crastino: d'improvviso chiese a me, sommesso, ma sì che lui sentisse:


-Sua sorella dov'è?


-Morta risposi subito sottovoce.

Crastino ci guardò entrambi con un rimprovero triste negli occhi. Ella diede un sospiro, crollò il capo, poi percosse il pittore forte sulla spalla:


-Andiamo a ballare, biondo?


-No, grazie. Troppo liscio il pavimento e tu pesi troppo, cara Olga mia, e poi... io non voglio essere un rivale per nessuno...

E accennò ad un giovanotto che sedeva davanti a un bicchier di birra tutto solo e guardando fissamente il nostro gruppo. La Salamandra lo adocchiò di sfuggita e arrossì:


-Quello... sapete chi è quello là? Guai se ve lo dicessi!


-Brr! fece Quíbio. E' il re dei gargagnan, scommettiamo! e vedendo passare la padrona, ordinò un altro mezzo litro.


-Quello è il contino Raffi: ha pochi soldi ma molta sfacciataggine, e mezzi i barabba delle Ca' neire gli fanno i servitori.

Si volse a lui e lo guardò fisso atteggiando la faccia a un disprezzo indicibile, poi si levò, cercò collo sguardo tutt'intorno, e si sedette di nuovo rassicurata.


-Vuol che facciamo un giretto, signor Crastino? Io posso contarle delle belle cose... E la Biondina non è venuta?

Crastino arrossì e rise nervosamente, poi mise le labbra al bicchiere e bevve con una smorfia.


-Ti proibisco di sedurre il poeta! vociò Quibio. Lui è tutto scombussolato perché Marte fa dei segni a Venere, sbaglio, alla Terra... e non bisogna disturbarlo nelle sue meditazioni...


-Sì, sì, lasciamolo meditare. Che vuol dire aver la testa nelle nuvole!

Poi si fece improvvisamente seria:


-Ma è malato il vostro amico, non vedete?

Egli era difatti pallidissimo, ma protestò vivamente.

La padrona si avvicinava: depose il vino sul tavolo con una leggera smorfia verso la ragazza, che si levava dando un colpo di ventaglio a Quibio.


-Vedi qui la donna onesta e spietata mi disse Quibio sommesso, accennando alla padrona.


-E' vero riflettei, mentre seguivo coll'occhio la Salamandra.

Subito il giovane solo che dapprima ci osservava fece una mossa per avvicinarla. Ella gli lanciò un'occhiata che l'inchiodò sulla panca, poi s'appressò ad una tavola, ove un ubriaco in mezzo a parecchi bevitori urlava con quanto fiato aveva nei polmoni:

Cruce delissia, Cruce delissia, Delissia al cor !


- E si sedette nel gruppo, accanto a un giovanotto mingherlino. Quando ella gli accennò il contino, i due si guardarono, e il mingherlino ebbe un istante la faccia illuminata da un sorriso così maligno, fino ed energico, ch'io ne fui scosso. Aveva due occhi agilissimi e mutevoli, che in certi momenti parevano quasi luccicare fuor d'una guaina e ringuainarsi sotto le palpebre subito. Io pensai che il suo coltello doveva apparire e scomparire bene spesso a quel modo.

La sua fisionomia non m'era nuova. Quegli occhi dovevano aver fissato me pure altra volta...

C'è dunque una società sotterranea dove la soperchieria, la lotta, la solidarietà, sono praticate all'insaputa dell'altra, ma con la stessa intensità. Qualche sommovimento lancia ogni tanto alla superficie un cadavere.

E tutto ciò viveva accanto a me: ne sentivo le pulsazioni quando rincasavo tardi la sera e udivo dei susurri o delle risse negli angiporti: qualche volta avevo inteso accanto a me, nell'ombra, due