FranÁois-Marie Arouet de Voltaire


LE ORECCHIE DEL CONTE DI CHESTERFIELD
E IL CAPPELLANO GOUDMAN


 

 

 

CAPITOLO PRIMO


Ah! la fatalità governa irrimediabilmente tutte le cose del mondo.


Così giudico, come di giusto, dalla mia avventura.


Milord Chesterfield, che mi voleva molto bene, mi aveva promesso di aiutarmi. Era vacante un buon "preferment" [1], e la nomina dipendeva da lui. Dal fondo della mia provincia mi precipito a Londra; mi presento a milord; gli ricordo le sue promesse. Lui mi stringe la mano e mi dice che infatti ho una brutta cera. Gli rispondo che il mio male maggiore è la povertà. Lui replica dicendo che vuole la mia guarigione e subito mi dà una lettera per il signor Sidrac, vicino a Guildhall.


Non mi passa nemmeno per il capo che il signor Sidrac non sia colui che mi deve trasmettere le lettere che mi conferiscono il beneficio.


Volo da lui. Il signor Sidrac, che era il chirurgo di milord, si sente immediatamente in dovere di sondarmi e mi garantisce che, se soffro di calcoli, mi opererà felicissimamente.


Bisogna sapere che milord aveva capito che soffrivo di un gran male alla vescica; e che, secondo la sua solita generosità, aveva voluto farmi operare a sue spese. Era sordo, così come il suo signor fratello, e io non lo sapevo ancora.


Nel tempo che perdetti difendendo la mia vescica contro il signor Sidrac, che mi voleva sondare a ogni costo, uno dei cinquantadue concorrenti a quello stesso beneficio si presenta a milord, gli domanda quella cura e l'ottiene.


Io ero innamorato di miss Fidler, che avrei dovuto sposare appena fossi stato curato; il mio rivale mi portò via posto e fidanzata.


Il conte, saputo del disastro e del suo errore, mi promise che avrebbe posto rimedio a tutto. Ma due giorni dopo morì.


Il signor Sidrac mi dimostrò, chiaro come il sole, che il mio buon protettore non poteva campare un minuto di più, vista la costituzione attuale dei suoi organi; e mi provò che la sua sordità derivava soltanto dalla estrema secchezza della corda e del tamburo dell'orecchio. Mi propose persino di indurirmi le orecchie con spirito di vino, così da rendermi più sordo di qualsiasi pari del regno.


Capii che il signor Sidrac era un uomo assai sapiente. Mi trasmise una certa curiosità per la scienza della natura. D'altronde vedevo che era uomo caritatevole, che al caso m'avrebbe operato gratuitamente, e confortato in tutti gli accidenti che mi potevano occorrere circa il collo della vescica.


Dunque mi misi a studiar la natura sotto la sua direzione, per consolarmi della perdita della cura e della fidanzata.




NOTE


  1. "Preferment" significa «beneficio» in inglese.




CAPITOLO SECONDO


Dopo varie osservazioni sulla natura, fatte coi miei cinque sensi, con cannocchiali e microscopi, un giorno dissi al signor Sidrac:

"Si fanno beffe di noi; non esiste la natura, tutto è arte. Grazie a un'arte mirabile tutti i pianeti danzano regolarmente intorno al sole, intanto che il sole fa la ruota su se stesso. Bisogna che qualcuno che la sa lunga quanto la Società reale di Londra abbia combinato le cose in modo che il quadrato delle rivoluzioni di ogni pianeta sia sempre proporzionale alla radice del cubo della distanza dal centro; e bisogna esser stregoni per indovinarlo.


"Il flusso e il riflusso del Tamigi mi sembra l'effetto costante di un'arte non meno profonda e non meno difficile da conoscere.


"Animali, vegetali, minerali, ogni cosa mi sembra disposta con peso, misura, numero e movimento. Ogni cosa è molla, leva, carrucola, macchina idraulica, laboratorio di chimica, dall'erba fino alla quercia, dalla pulce fino all'uomo, dal granello di sabbia alle nuvole.


"Non esiste certamente altro che arte, e la natura è una chimera".


"Avete ragione," mi rispose il signor Sidrac, "ma non siete stato voi a scoprirlo, lo ha già detto un sognatore d'oltre Manica, ma non ci hanno fatto caso." "La cosa che più mi stupisce e mi incanta è che, grazie a questa incomprensibile arte, due macchine ne producono sempre una terza; e mi dispiace molto di non averne fatta una con miss Fidler. Ma ormai vedo che da tutta l'eternità era stabilito che miss Fidler avrebbe adoperato un'altra macchina, e non la mia." "Quello che dite" mi replicò il signor Sidrac, "è pure stato detto, e assai meglio; ma avete ragione. Davvero, è cosa piacevolissima che due esseri ne producano un terzo, ma non è vero per tutti gli esseri. Due rose non producono una terza rosa baciandosi. Due ciottoli, due metalli, non ne producono un terzo, e tuttavia un metallo, una pietra sono cose che tutta l'industria umana non saprebbe produrre. Il grande e bello e perpetuo miracolo è che un giovanotto e una ragazza facciano insieme un bambino, che un usignuolo faccia un usignuolino con la sua usignuola, e non una capinera. Sarebbe bene trascorrere metà della vita facendo come loro, e l'altra metà a benedire colui che ha inventato questo metodo. Nella generazione ci sono mille segreti curiosissimi. Newton dice che la natura si somiglia dappertutto:

"Natura est ubique sibi consona". Non è vero in amore: i pesci, i rettili, gli uccelli non fanno l'amore come lo facciamo noi: è una varietà infinita. La fabbrica degli esseri che sentono e agiscono mi incanta. Anche i vegetali hanno il loro pregio. Mi stupisco sempre che un granello di frumento gettato in terra ne produca molti altri." "Ah!" gli dissi, da quello sciocco che ero ancora, "è perché il grano deve morire per nascere, come è stato detto nella Scuola". Il signor Sidrac mi riprese con molto garbo, ridendo.


"Quella era una verità ai tempi della scuola," disse "ma oggi ogni agricoltore sa che è cosa assurda." "Ah! signor Sidrac, vi chiedo scusa; ma sono stato teologo, e non ci si può disfare di colpo delle abitudini."




CAPITOLO TERZO


Un po' dopo questi colloqui del povero prete Goudman con l'eccellente anatomista Sidrac, il chirurgo incontrò il prete nel parco di Saint James, tutto soprappensiero, meditabondo, e con un'aria più delusa di un matematico che ha fatto un calcolo sbagliato.


"Che cosa avete?" gli disse Sidrac. "E' forse la vescica o il colon che vi tormenta?" "No," disse Goudman, "è la vescichetta del fiele. Ho appena visto passare in una bella carrozza il vescovo di Glocester, che è un pedante chiacchierone e insolente. Io ero a piedi, e la cosa mi ha irritato. M'è venuto fatto di pensare che, volessi diventare vescovo in questo regno, ci sarebbe da scommettere diecimila contro uno che farei cilecca, visto che in Inghilterra ci sono diecimila preti. Dopo la morte di milord Chesterfield che era sordo, sono rimasto senza protettori. Mettiamo che i diecimila preti anglicani abbiano due protettori ciascuno: in tal caso ci sarebbe da scommettere ventimila contro uno che non arriverei al vescovato. E' cosa che fa rabbia, se ci si pensa.


"Mi sono ricordato che una volta mi avevano proposto di andare nelle Indie occidentali come mozzo; mi garantivano che ci avrei fatto grande fortuna, ma non mi sentivo tagliato per diventare un giorno ammiraglio. Dopo d'aver esaminato tutte le professioni, son rimasto prete e non son buono a nulla." "Smettete di fare il prete," gli disse Sidrac, "e fatevi filosofo. E' un mestiere che non domanda né dà ricchezze. Che rendita avete?" "Non ho che trenta ghinee di rendita; una volta morta la mia vecchia zia ne avrò cinquanta." "E via, caro Goudman, è quanto basta per vivere libero e per pensare.


Trenta ghinee fanno seicentotrenta scellini: son quasi due scellini al giorno. Philips non ne chiedeva che uno solo. Si può, con questa rendita garantita, dire tutto quello che si pensa della Compagnia delle Indie, del parlamento, delle nostre colonie, del re, dell'essere in generale, dell'uomo e di Dio, il che è gran divertimento. Venite a pranzo da me, sarà un risparmio; chiacchiereremo, e la vostra facoltà pensante avrà il piacere di comunicare con la mia per mezzo della parola, il che è cosa meravigliosa, che gli uomini non ammirano abbastanza."




CAPITOLO QUARTO


CONVERSAZIONE DEL DOTTOR GOUDMAN E DELL'ANATOMISTA SIDRAC SULL'ANIMA E QUALCHE ALTRA COSA.


GOUDMAN: Ma perché mai, caro il mio Sidrac, dite sempre "la mia facoltà pensante"? Perché non dite semplicemente "la mia anima"? Sarebbe più spiccia e vi capirei altrettanto bene.


SIDRAC: Ma non mi capirei io. Sento bene e so bene che Dio mi ha dato la facoltà di pensare e di parlare, ma non sento e non so se mi ha dato un essere che si chiama anima.


GOUDMAN: Veramente, quando ci penso, vedo che non ne so nulla nemmeno io, e che per un pezzo sono stato abbastanza ardito da credere di saperlo. Ho notato che i popoli orientali chiamavano l'anima con un nome che significava vita. Sull'esempio di quelli, i latini dapprima intesero per "anima" la vita dell'animale. I Greci dicevano: il respiro è l'anima. Quel respiro è un soffio. I latini tradussero la parola "soffio" con "spiritus": donde la parola che corrisponde a spirito presso quasi tutte le nazioni moderne. Siccome nessuno ha mai visto quel soffio, quello spirito, se ne è fatto un essere che nessuno può vedere né toccare. E' stato detto che abitava il nostro corpo senza occupar posto, che commoveva i nostri organi senza toccarli. Che cosa non hanno detto? Mi pare che tutti i nostri discorsi sono stati fondati su equivoci. Mi avvedo che il savio Locke ha sentito bene in che caos questi equivoci di tutte le lingue avevano precipitato la ragione umana. Non ha consacrato nessun capitolo all'anima nel solo libro di metafisica sensata che mai sia stato scritto. E se per caso gli vien fatto di pronunciare questa parola in qualche posto, per lui non significa altro che la nostra intelligenza.


Infatti, tutti sentono che hanno una intelligenza, che accolgono idee, che le riuniscono, che le decompongono; ma nessuno sente di avere in sé un altro essere che gli comunica movimento, sensazioni e pensieri.


In fondo, è ridicolo pronunciar parole che non si capiscono e ammettere esseri di cui non si può avere la benché minima conoscenza.


SIDRAC: Ecco che siamo dunque d'accordo su una cosa che ha formato argomento di dispute durante tanti secoli.


GOUDMAN: E mi stupisco che siamo d'accordo.


SIDRAC: Non è cosa stupefacente, dal momento che cerchiamo il vero in buona fede. Fossimo sui banchi della Scuola, argomenteremmo come i personaggi di Rabelais. Vivessimo nei secoli di tenebre spaventose che a lungo avvolsero l'Inghilterra, forse uno di noi due farebbe bruciar l'altro. Ma siamo in un secolo di ragione; troviamo facilmente quello che ci sembra essere la verità, e abbiamo il coraggio di dirlo.


GOUDMAN: Sì, ma ho paura che questa verità sia ben poca cosa. In matematica abbiamo compiuto dei miracoli che stupirebbero Apollonio e Archimede, e farebbero di loro i nostri scolari; ma in fatto di metafisica, che cosa abbiamo scoperto? La nostra ignoranza.


SIDRAC: Ed è forse poco? Ammettete che il grande Essere vi ha dato facoltà di sentire e di pensare, come ha dato ai vostri piedi la facoltà di camminare, alle mani la capacità di fare mille cose, alle vostre viscere il potere di digerire, al cuore quello di spingere il sangue nelle arterie. Ogni cosa ci viene da lui; non ci siamo dati nulla da noi, e non sapremo mai in che modo il Padrone dell'universo ci conduce. Quanto a me, gli rendo grazie d'avermi insegnato che non conosco nulla dei primi principi.


Si è sempre ricercato in che modo l'anima agisce sul corpo. Ma prima occorreva sapere se ne abbiamo una. O Dio ci ha fatto questo regalo, oppure ci ha comunicato qualche cosa che gli equivale. Comunque abbia agito, siamo sotto la sua mano. E' nostro padrone, ecco tutto quanto so.


GOUDMAN: Ma ditemi almeno quello che supponete. Avete sezionato cervelli, avete visto embrioni e feti; ci avete scorto qualche apparenza d'anima?


SIDRAC: Neppure la minima apparenza; e non ho mai potuto capire come un essere immateriale, immortale, poteva abitare per nove mesi inutilmente nascosto entro una membrana puzzolente, tra l'orina e gli escrementi.


M'è sembrato difficile concepire che questa supposta anima semplice esistesse prima del suo corpo, a che mai avrebbe servito durante tanti secoli senza essere anima umana? E poi, come immaginare un essere semplice? un essere metafisico che aspetta per un'eternità il momento di animare un po' di materia per alcuni minuti? E che cosa diventa questo essere sconosciuto se il feto che dovrebbe animare muore nel ventre della madre?

Mi è sembrato ancora più ridicolo che Dio creasse una anima nel momento in cui un uomo va a letto con una donna. M'è sembrato bestemmia che Dio aspettasse il momento di un adulterio, di un incesto, per premiare queste turpitudini creando anime in loro favore.


Peggio ancora quando mi si dice che Dio cava dal nulla delle anime immortali per eternamente farle soffrire con tormenti inenarrabili. E che! bruciare degli esseri semplici, degli esseri che non hanno niente di bruciabile! Come potremmo mai fare per bruciare un suono di voce, un vento che passa? E sì che quel suono, quel vento erano materiali nell'attimo del loro passaggio; ma uno spirito puro, un pensiero, un dubbio? Mi ci smarrisco. Da qualsiasi parte mi giri, non incontro che oscurità,contraddizione,impossibilità,ridicolo, sogni, impertinenza, chimere, assurdità, stupidaggine e ciarlataneria.


Ma mi trovo bene quando mi dico: Dio è il padrone. Colui che fa gravitare innumerevoli astri gli uni verso gli altri, colui che creò la luce, è certamente abbastanza potente da darci sentimenti e idee, senza che si abbia bisogno di un piccolo atomo estraneo, invisibile, detto anima.


Dio ha certamente dato sentimento, memoria e industria a tutti gli animali. Gli ha dato la vita, ed è altrettanto bello regalare la vita che regalare un'anima. E' cosa ammessa che gli animali vivono; è dimostrato che hanno sentimento, poiché hanno gli organi del sentimento. Dunque, se hanno tutte queste cose senz'anima, perché noi vogliamo averne una a tutti i costi?


GOUDMAN: Forse perché siamo vanitosi. Sono persuaso che, se un pavone potesse parlare, si vanterebbe di avere una anima, e direbbe che l'anima gli sta nella coda. Mi sento assai propenso a sospettare con voi che Iddio ci ha fatti capaci di mangiare, di bere, di camminare, di dormire, di sentire, di pensare, e pieni di passioni, d'orgoglio e di miseria, senza dirci niente del suo segreto. Sappiamo, su questo argomento, quello che ne sanno i pavoni di cui ho parlato. E colui che disse che noi nasciamo, viviamo e moriamo senza sapere come, ha detto una grande verità.


Colui che ci chiama le marionette della Provvidenza mi sembra che ci abbia definiti bene. Perché, insomma, per vivere occorre un'infinità di movimenti. Ora, non siamo noi che abbiamo fatto il movimento; non siamo stati noi a stabilirne le leggi. C'è qualcuno il quale, dopo d'aver fatto la luce, la fa muovere dal sole ai nostri occhi, e la fa giungere in sette minuti. Soltanto grazie al movimento i miei cinque sensi sono commossi; soltanto grazie a questi cinque sensi ho delle idee: quindi è all'autore del movimento che devo le mie idee. E quando mi dirà in che modo me le dà, gli renderò umilissime azioni di ringraziamento. Già gliene rendo parecchie per avermi concesso di contemplare durante alcuni anni lo spettacolo magnifico di questo mondo, come diceva Epitteto. E' vero che poteva farmi più felice, e concedermi un buon beneficio e la mia bella Fidler; ma insomma, così come sono, coi miei seicentotrenta scellini di rendita, gli sono già abbastanza grato.


SIDRAC: Dite che Dio vi poteva dare un buon beneficio, e che poteva farvi più felice di quello che siete. C'è gente che non vi lascerebbe passare questa proposizione. Eh! non vi ricordate che voi stesso vi siete lagnato della fatalità? Non è lecito a un uomo che voleva diventar curato di contraddirsi. Non vedete che, se aveste avuto la cura e la donna che domandavate, sareste stato voi a fare un bambino con miss Fidler, e non il vostro rivale? Il bambino da lei partorito avrebbe potuto esser mozzo diventare ammiraglio, vincere una battaglia navale alla foce del Gange e detronizzare il Gran Mogol. Sarebbe bastato tanto a mutare la costituzione dell'universo. Sarebbe occorso un mondo affatto diverso dal nostro perché il vostro concorrente non ottenesse la cura, perché non sposasse miss Fidler, perché voi non foste ridotto a seicentotrenta scellini in attesa che muoia vostra zia. Tutto è concatenato, e Dio non starà a rompere la catena eterna per il mio amico Goudman.


GOUDMAN: Non m'aspettavo un ragionamento così quando parlavo della fatalità; ma insomma, se è così, Dio è schiavo come me?


SIDRAC: E' schiavo della sua volontà, della sua sapienza, delle leggi da lui fatte, della sua natura necessaria. Non le può trasgredire, perché non può essere debole, incostante, mutevole come noi, e perché l'Essere necessariamente eterno non può essere una banderuola.


GOUDMAN: Signor Sidrac, questo potrebbe portarci difilato all'irreligione.


Perché, se Dio non può cambiare nulla nelle cose del mondo, a che serve cantar le sue lodi, a che serve rivolgergli preghiere?


SIDRAC: Eh! chi vi dice di pregar Dio e di lodarlo? Davvero non saprebbe che farsene, delle vostre lodi e delle vostre domande! Si loda un uomo perché lo si reputa vano; lo si prega quando lo si crede debole, e si spera di fargli mutar pensiero. Facciamo il nostro dovere verso Dio, adoriamolo, siamo giusti; ecco le nostre vere lodi e le nostre vere preghiere.


GOUDMAN: Signor Sidrac, abbiamo messo molta carne al fuoco; perché, senza contare miss Fidler, stiamo esaminando se abbiamo un'anima, se Dio esiste, se può mutare, se siamo destinati a due esistenze, se... Sono degli studi profondi, e forse non ci avrei mai pensato, fossi stato curato. Bisogna che approfondisca queste cose necessarie e sublimi, giacché non ho niente da fare.


SIDRAC: Va bene! domani il dottor Grou viene a pranzo da me; è un medico assai colto; ha fatto il giro del mondo con i signori Banks e Solander; deve certamente conoscere Dio e l'anima, il vero e il falso, il giusto e l'ingiusto assai meglio di quelli che non hanno mai lasciato Covent- Garden. Inoltre il dottor Grou ha visto quasi tutta l'Europa da giovane; è stato testimonio di cinque o sei rivoluzioni in Russia; ha frequentato il pascià conte di Bonneval, che come si sa era diventato un perfetto musulmano a Costantinopoli. E' stato amico del prete papista Mac-Carthy, irlandese, che si fece recidere il prepuzio in onore di Maometto, e del nostro presbiteriano scozzese Ramsay, che fece la stessa cosa e poi servì in Russia e fu ucciso in una battaglia contro gli Svedesi in Finlandia. Infine, ha conversato con il reverendo padre Malagrida, che poi fu bruciato a Lisbona, perché la Madonna gli aveva rivelato quello che aveva fatto quando stava nel seno di sant'Anna. Capite che un uomo come il dottor Grou, che ha veduto tante cose, dev'essere il più gran metafisico del mondo. Dunque a domani, a pranzo da me.


GOUDMAN: E posdomani pure, mio caro Sidrac, poiché occorre più di un pranzo per istruirsi.




CAPITOLO QUINTO


Il giorno dopo i tre pensatori pranzarono insieme; e facendosi un pochino più allegri verso la fine del pasto, come è costume dei filosofi che pranzano, si divertirono a parlare di tutte le miserie, di tutte le sciocchezze, di tutti gli orrori che affliggono il genere animale, dalle terre australi su su fin quasi al polo artico, e da Lima fino a Meaco. Questa varietà di abominazioni non va senza un certo divertimento. E' un piacere ignoto ai borghesi casalinghi e ai vicari di parrocchia, che non conoscono altro che il loro campanile e credono che il resto dell'universo sia fatto come Exchange-alley a Londra, o come la via della Huchette a Parigi.


"Osservo" disse il dottor Grou, "che, nonostante l'infinita varietà sparsa su questo globo, tutti gli uomini che ho veduto, siano neri lanosi o neri capelluti, siano abbronzati o rossi, siano bigi che si chiaman bianchi, hanno tuttavia allo stesso modo due gambe, due occhi e una testa sulle spalle; checché ne dica sant'Agostino il quale, nella sua trentasettesima predica, garantisce di aver visto degli acefali, cioè degli uomini senza testa, dei monocoli, che hanno un occhio solo, e dei monopodi, che hanno una sola gamba. Quanto agli antropofagi, ammetto che ce n'è d'avanzo, e che il mondo intero è stato tale.


"Mi hanno spesso domandato se i popoli di quell'immenso paese che si chiama Nuova Zelanda, e che sono oggi barbari più di tutti i barbari, sono battezzati. Ho risposto di non saperne nulla, e che la cosa era possibile; gli Ebrei, che erano più barbari di loro, hanno avuto due battesimi invece d'uno solo: il battesimo di giustizia e il battesimo di domicilio." "In verità," disse il signor Goudman, "li conosco, ho avuto sull'argomento grandi discussioni con quelli che credono il battesimo inventato da noi. Nossignori, non abbiamo inventato nulla, ci siamo limitati a rabberciare. Ma, signor Grou, vi prego, ditemi un poco:

delle ottanta o cento religioni che avete visto strada facendo, quale vi è sembrata la più gradevole? quella degli Zelandesi o quella degli Ottentotti?"


IL SIGNOR GROU.


E' quella dell'isola di Otaiti, senza paragone. Ho percorso i due emisferi, non ho mai visto nulla come Otaiti e la sua religiosa regina. La natura abita a Otaiti. Altrove non ho visto che delle maschere; non ho visto altro che birboni i quali ingannano degli sciocchi, ciarlatani che fanno giuochi di prestigio col denaro del prossimo per acquistare autorità, e che fanno giuochi di prestigio con l'autorità per acquistare impunemente denaro; che vi vendono ragnatele per mangiarvi le vostre pernici; che vi promettono ricchezze e piaceri per quando non ci sarà più nessuno, e così vi fan girare lo spiedo intanto che loro ci sono.


Perbacco! non vanno così le cose nell'isola di Aiti o di Otaiti. E' un'isola assai più civilizzata della Zelanda o del paese dei Cafri, anzi direi addirittura della nostra Inghilterra, perché la natura l'ha favorita con un più fertile suolo: le ha dato l'albero del pane, regalo non meno mirabile che utile, concesso soltanto ad alcune isole dei mari del Sud. Del resto Otaiti possiede ricco pollame, legumi e frutti. In un paese così non si ha bisogno di mangiare il proprio simile; ma c'è un bisogno più naturale, più dolce, più universale, che la religione di Otaiti comanda di soddisfare pubblicamente. E' certamente la più rispettabile di tutte le cerimonie religiose; ne fui testimonio, come del resto tutto l'equipaggio della nostra nave. E queste non sono favole di missionari, come a volte se ne trovano nelle "Lettere edificanti e curiose" dei reverendi padri gesuiti. Il dottor Giovanni Hakervorth sta terminando la stampa delle nostre scoperte nell'emisfero meridionale. Ho sempre accompagnato il signor Banks, quel giovane tanto degno di stima, che ha consacrato il suo tempo e il suo denaro a osservare la natura vicino al polo antartico, intanto che i signori Dakins e Wood tornavano dalle rovine di Palmira e di Balbek dove avevano scavato i più antichi monumenti artistici, e che il signor Hamilton insegnava ai Napoletani stupefatti la storia naturale del loro Vesuvio. Insomma, ho veduto con i signori Banks Solander, Cook e cento altri quanto sto per narrarvi.


La principessa Obeira, regina dell'isola di Otaiti...


In quel mentre portarono il caffè; quando l'ebbero bevuto, il signor Grou ripigliò il suo racconto.




NOTE

1) Città del Giappone.


2) Strada di Londra.


3) Anche altrove ("Dio e gli uomini", 1796) Voltaire cita dalle "Antichità giudaiche" di Giuseppe Flavio (Ventesimo, Secondo) questa distinzione dei due battesimi degli Ebrei, "dei proseliti e di giustizia".


4) Taiti.


6) "Lettere edificanti e curiose scritte dalle missioni straniere da alcuni missionari della Compagnia di Gesù", Parigi, 1703.


6) John Hawkesworth, "Racconto dei viaggi intrapresi per ordine di Sua Maestà per fare scoperte nell'emisfero sud" (1773).


7) Dakins e Wood, "Le ruine di Palmira (1753); "Le ruine di Balbek", (1757).


8) William Hamilton "Osservazioni sul Vesuvio, l'Etna e altri vulcani", (1722-1724).




CAPITOLO SESTO


"La principessa Obeira, dico, dopo averci colmati di regali con una cortesia degna d'una regina d'Inghilterra, ebbe la curiosità di assistere una mattina al nostro culto anglicano. Lo celebrammo con la maggior pompa possibile. Il pomeriggio essa ci invitò al suo: era il 14 maggio del 1769. La trovammo circondata da circa mille persone dei due sessi, disposte a semicerchio, in un silenzio pieno di rispetto.


Una giovinetta, assai graziosa vestita quanto mai succintamente, era coricata su un palco che faceva da altare. La regina Obeira comandò a un bel giovanotto d'una ventina d'anni che andasse a sacrificare. Egli pronunciò una specie di preghiera e salì sull'altare. I due sacrificatori erano seminudi. La regina, con tono maestoso, insegnava alla giovane vittima il modo più decente di consumare il sacrificio.


Tutti gli indigeni erano così attenti e rispettosi che non uno dei nostri marinai ardì turbare la cerimonia con un riso indecente. Ecco che cosa ho visto, vi dico, ecco quanto il nostro equipaggio ha potuto vedere. A voi di cavarne le conseguenze".


"Questa festa sacra non mi stupisce" disse il dottor Goudman. "Sono persuaso che è la prima festa che mai sia stata celebrata dagli uomini; e non vedo perché non si dovrebbe pregar Dio quando si sta per creare un essere a sua immagine, come lo si prega prima dei pasti che servono a sostentare il corpo. Dar opera alla nascita di un essere ragionevole è la più nobile e santa azione. Così pensavano i primi Indiani che veneravano il Lingam, simbolo della generazione; gli antichi Egiziani, che portavano processionalmente il Fallo, i Greci che eressero templi a Priapo. Se è lecito citare la misera nazioncina ebrea, grossolana imitatrice di tutti i vicini, si legge nei suoi libri che questo popolo adorò Priapo, e che la regina madre del re giudeo Afa fu la sua gran sacerdotessa [1].


"Comunque sia, è più che verosimile che mai nessun popolo abbia stabilito o potuto innalzare il libertinaggio a culto. A volte, in processo di tempo, ci si insinua la licenziosità; ma la istituzione in sé è sempre innocente e pura. Le nostre agapi primitive, nella quali giovani e ragazze si baciavano modestamente sulla bocca, soltanto sul tardi degenerarono in convegni di scostumatezza; e così volesse Iddio che mi fosse lecito sacrificare con miss Fidler davanti alla regina Obeira, in perfetta lealtà e onore. Sarebbe certamente il più bel giorno e la più bell'azione della mia vita." Il signor Sidrac, che fino allora era stato zitto, siccome i signori Goudman e Grou avevano sempre parlato, uscì infine dal suo silenzio e disse:

"Sono rapito in ammirazione da quanto ho sentito. La regina Obeira mi sembra la prima regina dell'emisfero meridionale, non ardisco dire dei due emisferi. Tuttavia, in tanta gloria e felicità, c'è un articolo che mi fa fremere, e sul quale il signor Goudman ha detto una parola che avete lasciato senza risposta. E' vero, signor Grou, che il capitano Wallis, il quale gettò l'ancora prima di voi in quell'isola fortunata, ci recò i due più orrendi flagelli del mondo, i due vaiuoli?" "Ahimè!" riprese il signor Grou, "i Francesi ce ne accusano, e noi accusiamo i Francesi. Dice il signor Bougainville che son stati quei maledetti Inglesi a contagiare la regina Obeira; e il signor Cook pretende che invece la regina deve il contagio allo stesso signor Bougainville. Comunque sia, questa peste somiglia alle belle arti: non si sa chi ne sia stato l'inventore; ma a lungo andare fanno il giro dell'Europa, dell'Asia, dell'Africa e dell'America." "E' un pezzo che esercito la chirurgia," disse Sidrac, "e confesso che vado debitore a questa peste della massima parte della mia fortuna; non che per questo la detesti meno. La signora Sidrac me la trasmise subito la prima notte di matrimonio; e siccome è donna quanto mai delicata circa quanto può minimamente intaccare il suo onore, pubblicò in tutti i pubblici fogli di Londra che infatti era affetta dall'immondo male, ma che se l'era portato dal ventre della signora sua madre, e che si trattava d'una vecchia abitudine di famiglia.


"A cosa diavolo poteva mai pensare quello che si chiama 'natura' quando inquinò con questo veleno le sorgenti della vita? S'è detto, e lo ripeto, che è la più enorme e detestabile di tutte le contraddizioni. E che! L'uomo è stato fatto, dicono, a immagine di Dio, 'finxit in effigiem moderantum cuncta deorum', e nei vasi spermatici di questa immagine hanno messo il dolore, l'infezione e la morte! Che cosa sarà di questo bel verso di milord Rochester: 'L'amore farebbe adorar Dio in un paese di atei'?" "Ahimè!" disse allora il buon Goudman, "forse devo ringraziar la Provvidenza di non aver sposato la mia cara miss Fidler, perché chissà che cosa sarebbe capitato. Non si è mai sicuri di nulla, in questo mondo. Comunque, signor Sidrac, m'avete promesso la vostra assistenza in tutto quanto riguarda la mia vescica." "Sono ai vostri ordini" rispose Sidrac; "ma è meglio scacciare questi cattivi pensieri." Così dicendo Goudman pareva prevedesse il suo destino.




NOTE

1) Terzo libro del "Re", Tredicesimo; e "Paralipomeni", Quindicesimo.




CAPITOLO SETTIMO


Il giorno dopo i tre filosofi agitarono il grande problema: qual è il primo mobile di tutte le azioni umane? Goudman, che aveva sempre in mente la perdita del beneficio e della fidanzata, disse che principio di ogni cosa sono l'amore e l'ambizione. Grou, che aveva visto il mondo, disse che è il denaro; e il grande anatomico Sidrac garantì che era la seggetta. I due commensali rimasero di stucco; ed ecco come il savio Sidrac dimostrò la sua tesi:

"Ho sempre notato che tutte le cose del mondo dipendono dall'opinione e dalla volontà di un personaggio principale, sia il re, sia il primo ministro, sia il primo commesso. Ora, questa opinione e questa volontà sono l'effetto immediato del modo in cui gli spiriti animali si infiltrano nel cervelletto, e di lì nel midollo allungato; questi spiriti animali dipendono dalla circolazione del sangue; il sangue dipende dalla formazione del chilo; il chilo si elabora nelle membrane del mesenterio; il mesenterio è attaccato agli intestini per mezzo di delicatissime reti; e gli intestini, mi è lecito dirlo, sono pieni di merda. Ora, nonostante le tre robuste tuniche di cui è rivestito, ogni intestino è tutto bucato come un crivello: perché tutto è traforato nella natura, e non c'è impercettibile granello di sabbia che non abbia più di cinquecento pori. Si potrebbero far passare mille aghi attraverso una palla da cannone, se fosse possibile trovarne di abbastanza sottili e robusti. Cosa capita dunque a un uomo costipato?

Gli elementi più tenui e più delicati della sua merda si mescolano al chilo nelle vene di Asellio, vanno alla vena porta e nel serbatoio di Pecquet; passano nella vena succlavia; entrano nel cuore dell'uomo più delicato, della più civettuola delle donne. E' una rugiada di escrementi disseccati che gli corre in tutto il corpo. Se questa rugiada inonda i parenchimi, i vasi e le ghiandole di un atrabiliare, il suo malumore diventa ferocia; il bianco degli occhi gli si fa d'un cupo ardore; le labbra gli si incollano l'uno sull'altro; l'incarnato del volto gli si fa tetro e annebbiato. Si direbbe che ti minaccia; non gli andar vicino; e se è ministro di stato, bada bene di non presentargli una petizione. Egli considera qualsiasi pezzo di carta unicamente come un soccorso di cui si varrebbe tanto volentieri, secondo l'antico e deprecabile costume delle genti d'Europa. Cercate di sapere astutamente dal cameriere di fiducia se monsignore è stato sulla seggetta la mattina.


"E' cosa ben più importante di quanto non si pensi. La costipazione è stata a volte causa delle più cruente scene. Mio nonno, che morì centenario, era speziale di Cromwell; spesso mi disse che Cromwell non era andato di corpo da ben otto giorni quando fece tagliar la testa al re.


"Chiunque è un po' informato degli affari del continente sa che spesso il duca di Guisa detto lo Sfregiato fu avvertito di non far incollerire Enrico Terzo d'inverno, quando tirava vento di nord-est.


In quelle congiunture questo monarca non andava di corpo che con estrema difficoltà.. Gli escrementi gli salivano alla testa; e allora era capace di qualsiasi violenza. Il duca di Guisa non seguì così savio consiglio: che cosa gli capitò? Lui e suo fratello furono assassinati.


"Carlo Nono, suo predecessore, era l'uomo più costipato del regno.


Aveva il colon e il retto così intasati che alla fine il sangue gli uscì dai pori. Si sa anche troppo che questo temperamento adusto fu una delle cause più considerevoli dell'eccidio di San Bartolomeo.


"Per contro le persone bene in carne, che hanno visceri vellutati, la cistifellea scorrevole, i moti peristaltici facili e regolari che ogni mattina, appena fatto colazione, si sgravano facilmente, come bere un bicchier d'acqua: le persone così favorite dalla fortuna sono dolci, affabili, graziose, premurose, di cuor tenero e servizievoli. Un 'no' in bocca loro ha più garbo che un 'sì' nella bocca d'un costipato.


"Il comodo ha tale un impero che un flusso di ventre spesso fa pusillanime l'uomo. La dissenteria toglie coraggio. Non proponete a un uomo stremato dall'insonnia, da una febbre lenta, o da cinquanta deiezioni putride, d'andare all'assalto d'una mezzaluna in pieno giorno. Ecco perché non posso credere che il nostro esercito avesse la dissenteria ad Azincourt, come si va dicendo, e che abbia vinto con le brache allentate. Alcuni soldati avranno sofferto di coliche per essersi rimpinzati di uva cattiva per strada; e gli storici avranno detto che l'esercito indisposto combatté a culo scoperto, e che per non farlo vedere ai damerini francesi, li sconfisse in piena regola, secondo l'espressione del gesuita Daniel.


Così appunto si scrive la storia.


"A questo modo i Francesi hanno sempre ripetuto, gli uni dopo gli altri, che il nostro grande Edoardo Terzo si fece consegnare sei borghesi di Calais, con la corda al collo, per impiccarli, perché avevano avuto il coraggio di sostenere animosamente l'assedio, e che la moglie con le sue lagrime ne ottenne il perdono. Ma questi romanzieri non sanno che in quei tempi barbari era consuetudine che i borghesi si presentassero con la corda al collo dinanzi al vincitore, quando l'avevano fermato troppo a lungo davanti a una bicocca. Ma certamente il generoso Edoardo non aveva nessuna voglia di stringere il collo a quei sei ostaggi, che colmò di regali e onori. Sono stufo di tutte le scempiaggini di cui tanti sedicenti storici hanno infarcito le loro cronache, e di tutte le battaglie che hanno descritto così male. Preferisco credere che Gedeone ottenne una segnalata vittoria con trecento pignatte. Grazie a Dio, non leggo altro che la storia naturale, a patto che un Burnet, un Whiston, un Woodward non vengano più ad annoiarmi coi loro maledetti sistemi; che un Maillet non mi venga più a dire che il mare d'Irlanda ha generato il monte Caucaso, e che il nostro globo è di vetro; a patto che non mi si faccian passare i piccoli giunchi acquatici per animali voraci, e i coralli per insetti; a patto che i ciarlatani non mi spaccino insolentemente le loro fantasticherie per verità. Mi importa molto di più un buon regime che mi mantenga gli umori in equilibrio, che mi procuri una lodevole digestione, e un sonno sodo. Bevete caldo quando gela, bevete fresco nella canicola; niente di troppo o di troppo poco, in ogni cosa; digerite, dormite pigliate piacere, e infischiatevene del resto".




CAPITOLO OTTAVO


Il signor Sidrac stava pronunciando tali savie parole quando vennero ad avvertire il signor Goudman che l'intendente del conte di Chesterfield stava alla porta in carrozza e chiedeva di potergli parlare per un affare assai urgente. Goudman corre per ricever gli ordini dal signor intendente, il quale, pregatolo di salire in carrozza, gli dice:

"Signore, certamente sapete che cosa è capitato al signor Sidrac e alla sua signora la prima notte di matrimonio".


"Sissignore, me lo raccontava lui stesso un momento fa." "Ebbene, è capitata la stessa cosa alla bella signorina Fidler e al signor curato suo marito. L'indomani si son picchiati, due giorni dopo si son separati; hanno tolto al signor curato il beneficio. Voglio bene alla Fidler, e so che vi ama; e me non mi odia. Sono superiore alla piccola sventura che è stata causa del suo divorzio. Sono innamorato e intrepido. Cedetemi miss Fidler, e vi faccio ottenere la cura, che comporta una rendita di centocinquanta ghinee. Non vi accordo che dieci minuti per rifletterci." "Signore, è una proposta delicata, vado a consultarmi con i filosofi Sidrac e Grou; vado e torno." Torna volando dai due consiglieri.


"Mi avvedo" dice, "che non soltanto la digestione decide le cose di questo mondo, e che l'amore, l'ambizione e il denaro vi hanno la loro brava parte." Gli espone il caso e li prega di deciderlo immediatamente. Conclusero tutt'e due che con centocinquanta ghinee poteva avere tutte le ragazze della parrocchia, e miss Fidler per soprammercato.


Goudman sentì la saggezza di quella decisione; ebbe la cura ed ebbe in segreto miss Fidler, il che era assai più dolce che averla per moglie.


Il signor Sidrac gli prodigò le sue buone cure nell'occasione. E' diventato uno dei più terribili preti d'Inghilterra; ed è più che mai persuaso che la fatalità governa tutte le cose di questo mondo.